Intervista a Ray Bradbury

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Per i nostalgici, una vecchia intervista a Ray Bradbury del 2002 sulla fantascienza, Guerre Stellari, Matrix, le origini dei suoi racconti, e di come abbia inventato il walkman, per la prima volta, in una delle sue storie.
Leggete con comodo, fate come se fosse sul vostro blog. 

Ad agosto compie 82 anni e, anche se dal 1999 è su una sedia a rotelle, non ha smesso un giorno di scrivere. In Italia Mondadori ha appena pubblicato il romanzo Ritornati dalla polvere (cominciato nel 1945), mentre in America è uscita la sua ultima raccolta di racconti (Anoter for the Road). Poi ci sono ben cinque film in lavorazione tratti dalle sue storie. Mel Gibson produrrà un remake di Fahrenheit 451 diretto da Frank Darabont (nel 1966, il regista fu François Truffaut). Dopo che per anni ci ha provato Steven Spielberg, ora la Universal ha preso i diritti di Cronache marziane. Ben Kingsley sarà il protagonista del remake di L’uomo illustrato (nel 1969 fu Rod Steiger). Pierce Brosnan, diretto da Peter Hyams, reciterà in Sound of Thunder e Bradbury sta adattando un suo racconto, Frost and Fire, da girare in Islanda. Panorama lo ha intervistato sul suo passato e sul suo futuro.

È più contento di avere una stella col suo nome nell’Hollywood boulevard o un cratere sulla Luna chiamato Dandelion da un suo racconto?
Lei preferirebbe guardarsi le scarpe o alzare gli occhi verso il cielo? Sono diventato uno scrittore per trovare una maniera di andare nello spazio.

Perché ha aspettato 55 anni per finire «Ritornati dalla polvere»?
Non è dipeso da me, ma dalle voci dell’alba.

Sarebbe a dire?
Non so mai cosa scriverò la mattina. Mi limito ad ascoltare, e le idee arrivano in quell’ora di nessuno che è quanto ti svegli e cerchi di ricordare il tuo nome. Fahrenheit 451 l’ho finito in nove giorni, Ritornati dalla polvere in 55 anni.

Come era nato?
Il primo racconto della serie della famiglia Elliots fu rifiutato dalla rivista Weired Tales. Troppo poco spaventoso, per loro che amavano Poe e Lovecraft. Allora lo mandai al femminile Mademoiselle. Mi risposero con un telegramma: «Anziché cambiare tuo racconto per adattarlo a nostro giornale, cambiamo nostro giornale per adattarlo tuo racconto. Stop». Il redattore culturale era Truman Capote. ci costruì intorno il numero speciale di Halloween e chiese una illustrazione al grande disegnatore Charles Addams, del New Yorker. Per anni abbiamo cullato l’idea di fare un libro insieme poi lui ha creato La famiglia Addams e io ho dimenticato gli Elliots. La copertina del mio libro è quella illustrazione, che per fortuna mi ero comprato anche se non potevo permettermela: la pagai 200 dollari, a rate.

È vero che non vuole essere più definito uno scrittore di fantascienza?
Sì, ho scritto solo una storia di fantascienza, Fahrenheit 451.

E le altre?
Sono fantasy.

Quale è la differenza?
La fantascienza è la scienza del possibile, io invece scrivo l’impossibile.

Ha qualche altre autodefinizione?
Sono uno scrittore di mitologie e un raccoglitore di metafore.

Come mai all’improvviso Hollywood sta producendo tanti film tratti dalle sue storie?
Perché sono stupidi. Io scrivo da 69 anni. E i primi film tratti dai miei racconti sono del 1953, Il risveglio del dinosauro e Destinazione Terra. Mel Gibson ha i diritti del remake di Fahrenheit 451 da dieci anni. Ha fatto scrivere 10 sceneggiature diverse. Idem per Cronache marziane. Mi viene in mente quello che mi disse Sam Peckinpah, quando voleva girare Qualcosa di sinistro sta per accadere: Strappo le pagine del tuo libro e le infilo dentro la macchina da presa». Sante parole.

È vero che anche Federico Fellini voleva fare uno dei suoi film?
Abbiamo parlato per un po’ di Il meraviglioso abito color gelato alla panna. Diceva che eravamo gemelli, tutti e due nati nel 1920. Ho saputo che era morto il giorno di Halloween: ho chiuso casa e buttato via tutte le zucche.

Quale è il suo rapporto col cinema?
Il mio secondo nome è Douglas, da Douglas Fairbanks jr. Era l’eroe di mia madre, è diventato il mio. Sono cresciuto col cinema. Il fantasma dell’opera, Il gobbo di Notre Dame, King Kong, Lawrence d’Arabia, A qualcuno piace caldo

Niente di più recente?
Qualcosa è cambiato, Terapia e pallottole.

Il miglior film di fantascienza?
La vita futura. Nel 2000 guerra e pace tratto da H. G. Wells. Poi Incontri ravvicinati del terzo tipo di Spielberg. un’esperienza religiosa, l’unico motivo per cui perdono Spielberg di aver cincischiato così a lungo con Cronache marziane.

Di «Matrix» che pensa?
Robetta, tutto look e niente storia. Un amo per abbindolare i sempliciotti.

E di «Guerre stellari»?
Troppo per ragazzini. Odio gli effetti speciali.

Il suo scrittore preferito?
Francis Scott Fitzgerald.

Potesse usare la macchina del tempo andrebbe a trovarlo?
Forse preferirei George Bernard Shaw: Oltre che un grande scrittore e un uomo brillante è stato anche il più grande commediografo del Ventesimo secolo.

Lei crede in Dio o in Charles Darwin?
Tutti e due insieme. Ho scritto una cantata che si intitola Christo Apollo, musicata da Jerry Goldsmith. Il concetto è che se Dio esiste allora deve essere anche sugli altri pianeti, magari in forme differenti.

«Fahrenheit 451» è più o meno attuale di «1984»?
È diverso. George Orwell era un pessimista, così come Aldous Huxley, autore del Mondo nuovo. Il mio romanzo è positivo.

Pensa sia il suo libro più importante?
Non faccio mai graduatorie: ho 4 figlie, 8 nipoti, 7 gatti, 40 libri, 600 racconti.

Perché l’ha scritto?
Devo citare ancora Fellini. Non spiegatemi perché sto facendo qualcosa, non voglio saperlo, diceva. Fahrenheit è cominciato per caso, come racconto breve una sera che un poliziotto mi ha fermato perché gli sembrava strano che stessi camminando a piedi a Los Angeles. Poi è diventato un racconto lungo: l’ho scritto nello scantinato dell’università, su una macchina in affitto che costava 10 centesimi l’ora. Mi è costato alemeno 9 dollari e 80.

Lei scrive per predire il futuro?
No, semmai per prevenirlo.

È vero che ha inventato il walkman?
Non io. Io ho immaginato degli auricolari stereo. Poi un giorno mi viene a trovare un ingegnere giapponese della Sony e mi ringrazia per avergli suggerito il walkman.

Altri aggeggi «made in Bradbury»?
Sempre in Fahrenheit 451 schermi televisivi a tutta parete, e la tv interattiva. In un altro racconto intitolato Il veldt c’era la realtà virtuale, mentre ne L’assassino c’era l’antesignano dei cellulari. Ma sono la persona meno indicata a parlare di tecnologia. Non ho nemmeno il computer.

Come mai?
Che ci faccio? Ho già una macchian da scrivere.

Se potesse abolire una invenzione del Ventesimo secolo?
L’automobile. Crea 50 mila cadaveri l’anno. Mai guidato.

Cosa pensa della clonazione?
Ma a che diavolo serve? Ci sono gli uomini e le donne, non è meglio clonarsi andando a letto insieme?

Ha una regola per la felicità?
Scrivere duemila parole al giorno.

E come si fa?
Bisogna essere sempre innamorati. Non è un lavoro, è un divertimento. Mai avuto bisogno di prendermi una vacanza.

Sua moglie è mai stata gelosa dei suoi libri?
Cinquantacinque anni fa la mia dichiarazione era stata chiara: «Marguerite, andrò sulla Luna e su Marte, vuoi venire con me?». Avevo 8 dollari in banca. Al matrimonio ho dato al prete una busta con 5 dollari. Mi ha chiesto: «Ma non sei uno scrittore?». E me li ha restituiti.

Un sogno nel cassetto?
Un’opera di fantascienza. Mi serve il fantasma di Puccini. Quando ascolto Tosca, piango come un bimbo.

Questo mondo le piace?
Ho cercato di cambiarlo non solo nelle mie storie. Pochi lo sanno ma ho realizzato anche progetti urbani, a San Diego, Century City, Pasadena e Hollywood. Il concetto è restituire alla gente spazi umani.

Il miglio consiglio che le hanno dato?
Somerset Maugham: «Fa’ quello che vuoi, non quello che gli altri vogliono che tu faccia».

E uno suo a un aspirante scrittore?
È la quantità che produce la qualità.

Da Panorama, 23 Maggio 2002, pagine 241-244.

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Intervista a Pinketts: Prima Parte

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Nonostante l’appuntamento fosse alle cinque, alle quattro e trenta Andrea Pinketts era già lì. Mi aveva chiamato alle due del pomeriggio dicendomi: «Troviamoci al Wagner».Immagine

Un treno, due ore e due cambi di metropolitana dopo ero all’entrata dell’hotel Wagner. Sulla porta pendevano rassegnate tre bandiere. Una italiana, una europea, una indecifrabile. Il vento non soffiava. Aprile, quel giorno, era convinto di chiamarsi agosto e rilasciava i terribili effetti di questa omonimia sulla città di Milano, pressandola e comprimendola in un cubetto di umidità immobile. Poco sotto l’hotel Wagner era cresciuta una nidiata di piccole sedie e tavoli di plastica che aveva dato vita a un bar. Al limite di questo bar, su un tavolino rotondo, un paio di quotidiani e due grandi birre chiare facevano compagnia a un uomo seduto di spalle, coperto da un’ampia giacca rossa. Era Pinketts, e io ero dietro di lui. Non si può andare all’appuntamento con uno scrittore noir e sbucargli alle spalle; mi chiedevo come avrebbe reagito il protagonista dei suoi romanzi, Lazzaro Santandrea, duro detective e alter ego dello stesso autore, a questo agguato. Faccio il giro e gli spunto davanti. Prima di partire mi avevano detto che con uno come Pinketts era meglio tenere la guardia alzata. Ma in quel momento sembrava che nessuno dei due fosse interessato a proteggersi dai pugni dell’altro.

Mi invita a sedere con lui, chiama la cameriera «Biondaa!» e le dice di portare da bere. È un uomo rituale, frequenta spesso il bar e passa il tempo a leggere i quotidiani e i manoscritti degli esordienti. Più tardi ha una presentazione in libreria e il resto della giornata scrive.

Sospensione dell’Incredulità: la parola a Sebastiano Fusco

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Era da tanto che mi frullava in testa una domanda a cui non riuscivo a dare una risposta convincente. Quando non conosciamo la risposta a una domanda è buona norma porre quella stessa domanda a persone più sagge di noi che possano essere in grado di darci una spiegazione. Io l’ho fatto: ho inviato la mia domanda a Sebastiano Fusco, uno dei primi conoscitori in Italia di Lovecraft e curatore storico delle più importanti raccolte di autori fantastici, da Howard a Doyle. Fusco ha lavorato per Fanucci, Newton Compton, Mondadori, diffondendo le più inquietanti letterature dell’orrore mai scritte. È un lettore d’eccezione, attento e legato alla radice più pura e profonda del fantastico. 

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Ecco cosa gli ho chiesto

Coleridge parlava della ‘sospensione dell’incredulità’ come atteggiamento necessario per la fruizione di un’opera fantastica. In una società che ogni giorno propone informazioni, immagini video sempre più definite che prendono la fantasia e riescono a farla sembrare parte del reale, quanto è difficile per un lettore di oggi sospendere l’incredulità di fronte a un libro?

 Non mi pare che oggi sia più difficile rispetto a quando gli unici supporti per l’affabulazione erano la voce narrante o la pagina scritta. La frase precisa di Coleridge è “willing suspension of disbelief”, ovvero “deliberata sospensione dell’incredulità”. La chiave della sua riflessione sta proprio in quel “deliberata”. Se la sospensione dell’incredulità è spontanea, se si crede per fede a un atto incredibile, come un miracolo o una magia, allora non si si è più di fronte alla reazione emotiva o al pathos estetico che si può avere nei confronti di un racconto di Lovecraft o di un canto dell’Odissea, ma in tutt’altra categoria dell’umano sentire, che con la letteratura non ha niente a che fare. L’iniziale sospensione volontaria dello scetticismo è invece la porta indispensabile per consentire all’ignoto o all’assurdo, veicolati dall’affabulazione, di ritagliarsi un posto fra le nostre certezze. Questo posto va a collocarsi non nella nostra razionalità, che non ne viene scalfita, bensì nella nostra emotività, cioè a un livello ben più profondo. Madame du Deffand, alla domanda “Lei crede nei fantasmi?”, com’è noto rispose: “No, ma ne ho paura”. Non è semplicemente una battuta, bensì la precisa definizione dei due livelli d’atteggiamento che si hanno dinanzi al fantastico. Il fatto che la ragione non creda, non limita la portata dell’impatto emotivo, semplicemente perché l’emozione non passa attraverso la ragione. Il veicolo delle emozioni sono i simboli, e il loro impatto supera la cesura del razionale perché s’incide nel substrato della mente inconscia. In questo senso, la “volontaria sospensione dell’incredulità” invocata da Coleridge significa semplicemente disporsi ad accogliere il simbolo senza alcun rifiuto aprioristico. In altre parole, nulla più che cominciare a leggere senza interrompersi dopo le prime frasi dicendo “Tutte sciocchezze!”, ma continuare essendo consapevoli che non si ha a che fare con un resoconto di fatti veri o fittizi, bensì con un’invenzione allo stato puro. Una volta, durante un convegno su Lovecraft, mi chiesero quale fosse secondo me il suo racconto più terrificante. Risposi che non era un racconto, bensì la seguente frase, trovata sul suo taccuino d’appunti: “Una tetra, antichissima casa nel quartiere in collina. Sembra in agguato nella notte, e attira gli incauti. Finestre nere. Un orrore innominabile. Un tocco gelido e una voce… il benvenuto dei morti”. Non c’è bisogno né di una trama, né di personaggi, né di una precisa atmosfera per procurare un brivido lungo la schiena: la semplice sequenza di simboli (l’antico, il nero, la notte, il gelo, la morte…) lavorano da soli, senza bisogno di alcuna elaborazione razionale da parte nostra. Per tornare alla sua domanda iniziale, se questi simboli ci vengono somministrati non semplicemente attraverso la lettura, ma mediante esibizioni più complesse, non vedo perché dovrebbero funzionare di meno. Sempre che siano offerti in modo efficace e suggestivo, e non puerile o grottesco. Ma  questo vale anche per la lettura, e non soltanto per il cinema o altri media complessi.

(Sebastiano Fusco)

INTERVISTA: SEBASTIANO FUSCO

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Quando Lovecraft scrisse La Dichiarazione di Randolph Carter portò alla luce l’orrore che inconsciamente proviamo nel sentire voci, suoni, crepitii di cui non è possibile specificare la provenienza. Quando il coraggioso Warren decide di percorrere le decrepite scale sottostanti a un’antica tomba di un cimitero del New England, a Lovecraft viene chiesto di restare in superfice e mantenere i contatti utilizzando un apparecchio telefonico portatile che collega le due estremità riceventi tramite un filo. È solo l’inizio di una terribile storia che lo costringerà ad ascoltare le insopportabili descrizioni di Warren, lo spavento tangibile nella sua voce, nelle frasi sconnesse e nei passi incerti, che lo condurranno all’interno di abominevoli catacombe sotterranee abitate da sanguinari demoni che, in un macabro epilogo, risponderanno agli insistenti richiami del protagonista con un’ agghiacciante rivelazione finale: «Idiota, Warren è morto». Quel primitivo terrore che nasce dall’ascolto di vibrazioni sconosciute si reincarna adesso nelle  invenzioni della radio, del telefono e della più recente e-mail. E per questa intervista ho utilizzato proprio l’e-mail. Ho invitato le mie domande all’indirizzo di Sebastiano Fusco, uno dei primi conoscitori in Italia di Lovecraft e curatore storico delle più importanti raccolte di autori fantastici, da Howard a Doyle. Fusco ha lavorato per FanucciNewton ComptonMondadori, diffondendo le più inquietanti letterature dell’orrore mai scritte. È un lettore d’eccezione, attento e legato alla radice più pura e profonda del fantastico. Le domande hanno attraversato sentieri elettrici, reami sconosciuti di server e protocolli come grotte oscure. Per questo motivo ho atteso con ansia e un po’ di timore le sue risposte, aspettandomi di ricevere, da un momento all’altro, una spaventosa rivelazione come quella che colpisce Lovecraft alla fine della Dichiarazione di Randolph Carter: «Idiota, Warren è morto». Dopo alcuni giorni le risposte sono arrivate, scomposte in miliardi di impulsi elettronici e bit di informazioni, e hanno preso corpo in questa intervista.

 Coleridge parlava della “sospensione dell’incredulità” come atteggiamento necessario per la fruizione di un’opera fantastica. In una società che ogni giorno propone informazioni, immagini video sempre più definite che prendono la fantasia e riescono a farla sembrare parte del reale, quanto è difficile per un lettore di oggi sospendere l’incredulità di fronte a un libro?

Non mi pare che oggi sia più difficile rispetto a quando gli unici supporti per l’affabulazione erano la voce narrante o la pagina scritta. La frase precisa di Coleridge è «willing suspension of disbelief», ovvero “deliberata sospensione dell’incredulità”. La chiave della sua riflessione sta proprio in quel “deliberata”. Se la sospensione dell’incredulità è spontanea, se si crede per fede a un atto incredibile, come un miracolo o una magia, allora non si si è più di fronte alla reazione emotiva o al pathos estetico che si può avere nei confronti di un racconto di Lovecraft o di un canto dell’Odissea, ma in tutt’altra categoria dell’umano sentire, che con la letteratura non ha niente a che fare. L’iniziale sospensione volontaria dello scetticismo è invece la porta indispensabile per consentire all’ignoto o all’assurdo, veicolati dall’affabulazione, di ritagliarsi un posto fra le nostre certezze. Questo posto va a collocarsi non nella nostra razionalità, che non ne viene scalfita, bensì nella nostra emotività, cioè a un livello ben più profondo. Madame du Deffand, alla domanda «Lei crede nei fantasmi?», com’è noto rispose: «No, ma ne ho paura». Non è semplicemente una battuta, bensì la precisa definizione dei due livelli d’atteggiamento che si hanno dinanzi al fantastico. Il fatto che la ragione non creda, non limita la portata dell’impatto emotivo, semplicemente perché l’emozione non passa attraverso la ragione. Il veicolo delle emozioni sono i simboli, e il loro impatto supera la cesura del razionale perché s’incide nel substrato della mente inconscia. In questo senso, la “volontaria sospensione dell’incredulità” invocata da Coleridge significa semplicemente disporsi ad accogliere il simbolo senza alcun rifiuto aprioristico. In altre parole, nulla più che cominciare a leggere senza interrompersi dopo le prime frasi dicendo “Tutte sciocchezze!”, ma continuare essendo consapevoli che non si ha a che fare con un resoconto di fatti veri o fittizi, bensì con un’invenzione allo stato puro. Una volta, durante un convegno su Lovecraft, mi chiesero quale fosse secondo me il suo racconto più terrificante. Risposi che non era un racconto, bensì la seguente frase, trovata sul suo taccuino d’appunti: «Una tetra, antichissima casa nel quartiere in collina. Sembra in agguato nella notte, e attira gli incauti. Finestre nere. Un orrore innominabile. Un tocco gelido e una voce… il benvenuto dei morti». Non c’è bisogno né di una trama, né di personaggi, né di una precisa atmosfera per procurare un brivido lungo la schiena: la semplice sequenza di simboli (l’antico, il nero, la notte, il gelo, la morte…) lavorano da soli, senza bisogno di alcuna elaborazione razionale da parte nostra. Per tornare alla sua domanda iniziale, se questi simboli ci vengono somministrati non semplicemente attraverso la lettura, ma mediante esibizioni più complesse, non vedo perché dovrebbero funzionare di meno. Sempre che siano offerti in modo efficace e suggestivo, e non puerile o grottesco. Ma  questo vale anche per la lettura, e non soltanto per il cinema o altri media complessi.

Cosa ne pensa degli e-book, come e se cambierà il lettore del futuro?

Finché i libri elettronici non saranno che un supporto per quella che, alla fine, è un’esperienza di lettura “normale”, non modificheranno niente, se non a livello di economia editoriale. Non serviranno neppure a far vendere più libri: non è il supporto che conta, ma la volontà di leggere. Sarà diverso quando gli autori riusciranno a creare opere espressamente per sistemi multimediali, imparando a integrare testo, immagini e suoni. Allora la “lettura” (se ancora si potrà chiamare così) farà effettivamente un salto di qualità. I tentativi, oggi, sono ancora a livello elementare, perché – così almeno mi pare – gli autori lavorano ancora su livelli diversi: prima un testo, cui aggiungere immagini, cui aggiungere suoni. Non mi sembra abbiano raggiunto ancora la sensibilità necessaria per integrare le tre fasi alla fonte, nel momento stesso della creazione fantastica, invece che per operazioni successive. Occorrerà una generazione ancora più inserita della presente nella multimedialità, e che ne abbia presenti le potenzialità sin dall’età pre-scolare. Sarà necessaria una cultura diversa dalla nostra, ancora legata a vecchi schemi. Ma non dubito che verrà, come evoluzione necessaria della cultura presente. A questo punto toccherà ad artisti e poeti.

Luogo preferito in cui leggere?

Nessuno. La professione di giornalista, che mi ha sballottato di qua e di là nelle situazioni più diverse, mi ha anche abituato a leggere ovunque e comunque.

Alla fine del romanzo di Ray Bradbury Fahrenheit 451, i pochi uomini scampati alla catastrofe della guerra decidono di portare avanti la cultura dei libri conservandoli nella memoria. In un mondo come quello descritto da Bradbury, quale libro o quali libri deciderebbe di portare in salvo?

Non ne porterei alcuno. Se una civiltà ha fallito al punto di autodistruggersi culturalmente, è colpa anche (anzi, soprattutto) del suo retaggio sapienziale. Dimenticherei senza rimpianto i vecchi libri e ne scriverei di nuovi.

Quanto è cambiato il rapporto e l’approccio del lettore con la libreria in relazione al nuovo modo di proporre i libri (booktrailers, supporti multimediali)?

Lavoro da cinquant’anni nell’ambiente editoriale, e non ho mai (sottolineo: mai) conosciuto un editore che non si lamentasse continuamente di come gli vanno male gli affari, di quanto sia difficile vendere libri, di quali sistemi sia costretto ad escogitare per far calare le rese, e così via. Non credo che siano scaffalature particolari, gadget, spot e supporti di marketing a determinare il successo del prodotto libro. C’è un’alchimia tutta particolare che scatta fra il “buon” libro e il “buon” lettore. Ma, come tutte le alchimie, è coperta dal segreto ed è indecifrabile. So che c’è, ma non ne conosco la formula. Se la sapessi, sarei miliardario.

Qual è, secondo lei, il futuro della fruizione dei libri? Si parla molto degli e-book, ma, come spesso accade nella storia dell’uomo, quella dei libri elettronici potrebbe essere solo una fase transitoria. Come (e cosa) leggeranno i lettori tra 200 anni?

Secondo me, anche la lettura “tradizionale”, sia dei libri che di giornali e riviste, continuerà a lungo, almeno finché esisteranno foreste e carta da riciclare. Mi viene in mente una cosa che mi disse il mio carissimo e compiantissimo amico Isaac Asimov, col quale ho avuto un rapporto di collaborazione pluridecennale (per oltre trent’anni, in ogni numero di ogni rivista che ho diretto, c’è stato un suo articolo, preceduto da una lunghissima conversazione telefonica per discuterne l’argomento). Dunque, Asimov mi disse un giorno: Immagina una società del futuro remoto, in cui ogni tipo di informazione venga raccolta e distribuita soltanto su supporti di tipo elettronico. Polverosi tomi e carta stampata sono una cosa dimenticata da secoli. Un giorno, un consesso di scienziati viene incaricato di studiare un nuovo tipo di supporto per l’informazione, con caratteristiche del tutto innovative e più avanzate di quelle in uso. Dopo un po’ di tempo, uno di loro dice di aver trovato una soluzione straordinaria e originalissima. Un sistema per registrare le informazioni in modo semplice, senza impiego di strumentazioni complesse, su un supporto inalterabile, in grado di durare per secoli, che non necessita di alcuno strumento per essere fruibile, e che è facilmente trasportabile e utilizzabile in qualsiasi situazione, anche in mancanza di energia. E dalla tasca della giacca, tira fuori un libro.

Lei ha curato molte collane che riguardavano l’orrore, il fantastico, l’esoterismo. Cosa ne pensa dell’ attuale esplosione del genere teen-horror?

Direi che si tratta di una moda momentanea, cascame di successi cinematografici e televisivi, che in realtà con la letteratura fantastica non ha nulla a che fare. La figlia giovinetta d’un mio amico è appassionata di questo genere di cose, e lui le ha regalato, sicuro di farle piacere, un poderoso volume, di oltre mille pagine, in cui tempo fa raccolsi per le edizioni Newton Compton tutti i più famosi e classici racconti di vampiri. Nulla di più completo in circolazione. Dopo un po’ il mio amico m’ha confessato: «Sai quel tuo librone sui vampiri? A mia figlia non è piaciuto per niente, lo ha appena sfogliato. Ha detto che i vampiri sono tutt’altra cosa, mica quella roba lì». Ecco.

 

Alessandro Oliviero

INTERVISTA: ANDREA PINKETTS

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Nonostante l’appuntamento fosse alle cinque, alle quattro e trenta Andrea Pinketts era già lì. Mi aveva chiamato alle due del pomeriggio dicendomi: «Troviamoci al Wagner».

Un treno, due ore e due cambi di metropolitana dopo ero all’entrata dell’hotel Wagner. Sulla porta pendevano rassegnate tre bandiere. Una italiana, una europea, una indecifrabile. Il vento non soffiava. Aprile, quel giorno, era convinto di chiamarsi agosto e rilasciava i terribili effetti di questa omonimia sulla città di Milano, pressandola e comprimendola in un cubetto di umidità immobile. Poco sotto l’hotel Wagner era cresciuta una nidiata di piccole sedie e tavoli di plastica che aveva dato vita a un bar. Al limite di questo bar, su un tavolino rotondo, un paio di quotidiani e due grandi birre chiare facevano compagnia a un uomo seduto di spalle, coperto da un’ampia giacca rossa. Era Pinketts, e io ero dietro di lui. Non si può andare all’appuntamento con uno scrittore noir e sbucargli alle spalle; mi chiedevo come avrebbe reagito il protagonista dei suoi romanzi, Lazzaro Santandrea, duro detective e alter ego dello stesso autore, a questo agguato. Faccio il giro e gli spunto davanti. Prima di partire mi avevano detto che con uno come Pinketts era meglio tenere la guardia alzata. Ma in quel momento sembrava che nessuno dei due fosse interessato a proteggersi dai pugni dell’altro. Mi invita a sedere con lui, chiama la cameriera «Biondaa!» e le chiede di portarci da bere. È un uomo rituale, frequenta spesso il bar e passa il tempo a leggere i quotidiani e i manoscritti degli esordienti. Più tardi ha una presentazione in libreria e il resto della giornata scrive.

Qual è il sentimento che spinge l’autore a scrivere per la prima volta?

«Scrivere implica una sorta di innatismo cartesiano, è qualcosa che senti di dover fare, così come dipingere o fare musica. C’è gente che nasce con questo desiderio dentro. È quasi un dovere. Non sai se riuscirai, ma tenti. La pena è rimanere insoddisfatti per la vita intera. Mi fanno molta tenerezza i pittori della domenica, quelli che vedi nei mercatini, quelli che disegnano paesaggi tristi. È una risposta al fallimento delle proprie ambizioni. Non tutti i pittori espongono alle mostre, e non tutti gli scrittori vengono pubblicati».

Tu sì, invece.

«Io sì. Ho cominciato dalla strada. Il mio primo lavoro è stato con l’agenzia fotografica Liverani che si occupava di cronaca nera. Avevamo la radio sintonizzata sulle frequenze della polizia e quando c’era un omicidio o una rapina, cercavamo di arrivare prima di loro. E prima degli altri giornalisti. Sono passato a “Panorama” e ho cominciato con le inchieste, come infiltrato nella setta dei Bambini dei Satana e come finto pornoattore al festival del MiSex. Il primo romanzo (Lazzaro, vieni fuori) lo scrissi tra il 1984 e 1985, e fu pubblicato sette anni dopo da Fratelli Vallardi Editore, nella collana “Metropolis”. All’epoca avevo già vinto tre edizioni del MystFest [Festival Internazionale del Giallo e del Mistero, N.d.R] e i tempi erano maturi. Fu poi ripubblicato da Feltrinelli».

Qualcosa deve essere cambiato in questi anni, nel mondo dell’editoria.

«Be’, l’editore, generalmente, è il peggior nemico dell’autore. Lo spreme come un limone finché gli serve, poi lo abbandona. Tuttavia, in alcuni casi, possono crearsi delle solide amicizie. Ho pubblicato molti libri con Feltrinelli e tutti gli anni, alla vigilia di Natale, vado alla loro sede milanese con un panettone e una bottiglia di spumante; è una sorta di rito. Con Mondadori non è stato possibile. Alla Mondadori ogni anno c’è gente nuova e non si possono stabilire amicizie. Ho pubblicato anche con Il Filo, del gruppo Albatros. È una casa editrice a pagamento e pubblica grandi autori di richiamo affiancandoli a piccoli esordienti. Pur trattandosi di editoria a pagamento, c’è da dire che Albatros ha un’ottima distribuzione, che è la caratteristica principale di una buona casa editrice».

Sei passato per molti editori, i tuoi lavori hanno risentito di un certo tipo di editing.

«In realtà non ho mai accettato alcun tipo di editing per i miei romanzi. Una volta volevano tagliarmi cento pagine dal libro Il conto dell’ultima cena. Sergio Altieri, editor della Mondadori, era stato incaricato di affettare il romanzo come si fa a fette un prosciutto. Dopo cinque riunioni non ne eravamo venuti ancora a capo. Allora dissi che potevamo farne anche cento di riunioni ma il libro doveva rimanere così e alla fine mi dettero ragione. In effetti, Altieri non era la persona giusta a cui chiedere di accorciare un romanzo. Lui stesso è un grande scrittore ma molto prolifico, scrive libri di ottocento pagine. E alla fine mi confessò che, personalmente, non gli andava di tagliare il mio libro».

Pinketts si interrompe, gli squilla il telefono. Risponde, è il suo agente. «Mi chiama spesso. Sbriga tutti gli affari che non riesco a sbrigare personalmente per motivi di tempo. Passo gran parte della giornata a scrivere».

E per chi scrivi? Per te stesso o per il pubblico? Molti scrittori hanno dei tempi e dei luoghi ben precisi in cui scrivere, a te dove piace farlo?

«Lo scrittore», inizia Pinketts, «scrive per se stesso. E scrive ciò che di se stesso vuole dare in pasto al pubblico, come accade in questa intervista. Io decido di raccontare qualcosa al pubblico ma, prima di raccontarla a loro, devo raccontarla a me. E le storie mi piace raccontarle con un certo rituale. Scrivo di sera, a Le Trottoir. È un locale, un ritrovo d’arte. Scrivo rigorosamente a penna» indica con un dito i miei appunti «come te in questo momento. Ho un foglio bianco, una birra, un sigaro e tutto un mondo da raccontare. L’unica differenza è che tu non hai una birra ma un Montenegro, e non hai un sigaro».

Ma per raccontare qualcosa a te stesso hai bisogno di una musa, di un’ispirazione. Secondo te esistono ancora le muse?

«Esistono eccome!» risponde. «Il libro Fuggevole Turchese del 2001 è nato dalla visione di una bellissima ragazza o, per meglio dire, del suo bellissimo culo inguainato in pantaloni turchesi. Non ho avuto il tempo di vederla in faccia, ero dall’altro lato della strada. È passato un tram e lei è sparita. Per cui mi è rimasta la visione del suo sedere turchese e della sua assenza. Questa ignota fanciulla è stata la mia musa. La musa è qualcosa di cui non vedi il volto, ma solo il sedere. Se ne scoprissi il volto la ricerca sarebbe finita. Un po’ come la morte. Una volta vista in faccia sai che è finita, perciò è bene limitarsi a guardarle il culo».

Esplode in una risata e beve da uno dei boccali che gli tengono compagnia. Noto che ha la pelle dura e di colore scuro, un guscio di noce, come quella dei bucanieri. Pinketts, in effetti, è un pirata. E come tutti i pirati divide la sua vita in due momenti. Il momento dell’arrembaggio, che si svolge in alto mare, e il momento di riposo sulla terra ferma, passato a bere rum e adocchiare donne. Io mi trovavo in quel momento.

Immagina di essere su un pianeta lontano. Se gli abitanti ti chiedessero di leggere un libro che rappresenta la Terra e i terrestri, quale sceglieresti?

Pinketts posa il boccale e ci pensa su, portandosi la mano al mento. Il suo corpo è immobile, ma con gli occhi è già atterrato sul pianeta. Più o meno è come essere la star di un concerto rock. Centinaia di alieni dalle teste schiacciate che ascoltano, e lui al centro, con l’ingrato compito di spiegare come sono i terrestri.

«È impegnativo. Un libro della terra, scritto nel corso della storia umana… Sceglierei un romanzo di John Kennedy TooleUna banda di idioti. Ritrae il disagio di un genio ciccione, flatulente e del rapporto difficile con la società in cui è nato. Il titolo prende nome da una massima di Jonathan Swift, uno che saprebbe spiegare benissimo a qualsiasi extraterrestre il mondo in cui viviamo. La frase è: “Quando nel mondo nasce un genio, si riconosce subito perché gli idioti fanno banda contro di lui”. In effetti, il romanzo di Toole contiene la più profonda disperazione ma anche un umorismo straordinario, qualità opposte tipiche dei terrestri. Gli esseri umani sono così, creano situazioni orrende e poi le raccontano con un sorriso amaro, come accade nelle fiabe».

Anche tu hai scritto una fiaba un po’ particolare, La fiaba di Bernadette che non ha visto la Madonna. Si racconta una storia per trasmettere emozioni e, per gli esseri umani, le emozioni diventano gli attributi dell’esperienza. Tramite i racconti i bambini aiutano la mente a immaginare esperienze prima ancora di viverle. Quindi sono i primi ad aver bisogno delle storie. Esiste una storia particolarmente importante che ogni bambino dovrebbe ascoltare prima di dormire?

«Quando ero bambino mi piacevano le storie orribili. Le favole, non le fiabe. Le fiabe sono quelle di EsopoFedro. Le favole invece sono crudeli, raccontano aspetti tristemente reali della vita. Pensa a Barbablù che uccideva le mogli. I bambini si appassionano alla paura perché con la paura bisogna convivere. Con questo si spiega anche l’esplosione del genere teen-horror, nelle librerie e nei cinema, per far convivere l’orrore con l’amore. Si va sempre a sbattere contro la paura, e così contro l’amore. Entrambi i sentimenti devono essere superati. Per questo motivo credo che i bambini dovrebbero ascoltare storie terrificanti. La mia preferita era quella di Hansel e Gretel. Una strega cannibale mangia-bambini. Un racconto agghiacciante».

E se il mondo stesso fosse un racconto e tu dovessi scriverne il finale, quale sarebbe?

Pinketts posa l’accendino e si mette a pensare. Di nuovo, con il corpo è a Milano e con gli occhi guarda il nostro pianeta dall’alto della sua atmosfera. Il sigaro mezzo acceso, puntato verso la sfera blu, a cercare di decidere cosa farne di quell’ammasso gigante e spaventosamente casuale di terra, ossigeno e acqua.

«Io non vedo un finale.» Dice dopo un po’. «Alla fine del mio primo romanzo, Lazzaro, vieni fuori, il protagonista è su una corriera che lo porterà dal Trentino a Milano, dove ha deciso di accettare un lavoro serio che lo costringerà a una quotidianità, a una vita stabile e impiegatizia, quasi una condanna a morte per uno spirito libero come Lazzaro Santandrea. La frase finale è: “Nulla poteva impedire al pullman di portarmi verso la mia fine. Una gomma forò”. Quello che voglio dire è che secondo me non ci sarà mai una fine. Quando crederemo che è tutto finito ci sarà sempre una gomma forata a salvarci dal termine delle cose».

Era venuto il momento dell’ultima domanda. Dopo di quella avrei dovuto dire addio al pirata Pinketts. Come Lazzaro, però, non sapevo che prima di allontanarmi da quel tavolino sarebbe dovuta passare un’altra mezzora, una chiacchierata senza registratore, due Montenegro e un Gin Tonic. Una gomma forò.

Hai un libro che ricorderai per sempre, una storia che preferisci su tutte?

«Mi viene in mente un libro di George Orwell. È molto importante per me. S’intitola Fiorirà l’aspidistra. L’aspidistra era una pianta da appartamento e d’ufficio molto in uso in Inghilterra negli anni cinquanta. Il protagonista del romanzo è un poeta e deve decidere se accettare un lavoro d’ufficio o continuare a seguire il proprio obiettivo. È lo stesso tema che riprendo con la storia di Lazzaro. Tutto si fonda sul contrasto tra aspirazione, talento e vita di tutti i giorni. Se il protagonista vedrà fiorire la pianta di aspidistra vedrà allo stesso tempo sfiorire i propri sogni. Lessi questo libro a dodici anni e dal quel momento capii che non avrei mai visto fiorire un’aspidistra».

Pinketts scoppia in un’altra risata. Gli dico che l’intervista è finita e lui mi invita a rimanere. È arrivato un suo amico e adesso il tavolino comincia a diventare affollato. Apro lo zaino e metto via il foglio e la bic. La nidiata di piccole sedie e tavoli di plastica continua a crescere e a espandersi con una costanza organica. Pinketts chiama la cameriera, «Biondaa!», e io spengo il registratore.

Alessandro Oliviero