Sperma nel retto di Ötzi, la conferma dei ricercatori di Bolzano

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La biopsia effettuata dal team di Archeologia Biomolecolare di Bolzano ha confermato oggi un dettaglio inedito sul ritrovamento della mummia neolitica che non lascia spazio a dubbi: c’è sperma nel canale rettale di Ötzi.
Il team guidato dal professor Alber Zink dell’istituto di Bolzano era alla ricerca di un’ infezione batterica del tratto digerente quando si è imbattuto nella scioccante scoperta: “È molto probabile che Otzi ritenesse sperma nel suo canale rettale. Il motivo è ancora incerto, ma lo sperma è stato datato al carbonio e le analisi confermano la presenza di liquido seminale all’interno delle prime vie rettali.”
Per adesso non sono stati divulgati ulteriori dettagli sull’origine del campione, ma la rivista di Vienna a tematica LGBT LAMBDA-Nachrichten, prima sul territorio nazionale per iniziative Omosessuali e Gender ha reagito alla notizia in questo modo: “Non c’è altra spiegazione: Ötzi aveva fatto sesso con un altro uomo sulle Alpi qualche ora prima di essere ucciso.”

Un team dell’università Toronto gemellato con L’EURAC di Bolzano e specializzato in archeologia post mortem volerà in Europa nelle prossime ore per analizzare il retto della mummia e quindi confermare o smentire l’analisi dei ricercatori Tirolesi.

“Ötzi è una fonte inesauribile di sorprese” Ha aggiunto Albert Zink.

Se questa nuova scoperta fosse accertata getterebbe luce sull’appassionante storia della mummia che gli scienziati cercano di ricostruire da più di un decennio. Dopo le prime ipotesi scartate di morte naturale, era stata resa nota la notizia della morte violenta avvenuta per mano di alcuni membri della sua stessa tribù, dopo che le analisi avevano evidenziato la presenza di una punta di freccia in selce all’interno della spalla sinistra e alcune ferite e abrasioni (tra cui un taglio in particolare sul palmo della mano destra).

“Se l’omosessualità di Ötzi venisse confermata, potremmo supporre che fosse proprio questo il motivo per cui la sua stessa tribù gli stesse dando la caccia.” Afferma il caporedattore di LAMBDA-Nachrichten “Forse è stato colto in fragrante, ed è stato costretto a fuggire trovando, infine, una terribile fine tra i ghiacciai Tirolesi. Ötzi non sarebbe quindi soltanto il primo omosessuale della storia, ma anche la prima vittima dell’omofobia.”

Rinvenuta nei primi anni Novanta tra i ghiacciai tirolesi, Ötzi fece scalpore per l’ottimo stato di conservazione del suo corpo e la possibilità per gli scienziati di campionare tessuti corporei e manufatti di un reperto così splendidamente conservato che adesso rivela lati inediti della sua vita privata aprendo anche una finestra sulla sessualità nel neolitico.

Ötzi, comunque, ci aveva già abituato a questo tipo sorprese quando esattamente un anno fa Marco Samadelli dell’EURAC research aveva pubblicato la notizia che il corpo della mummia era ricoperto da niente meno che 61 tatuaggi sparsi su tutta la pelle.

Aspettiamo ulteriori sviluppi sulla faccenda.

 

 

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Sette

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creepy-eccbc87e4b5ce2fe28308fd9f2a7baf3-2404Comprai delle rose sulla via del ritorno. Sette, come le vite di un gatto. Sette, come i colli di questa vecchia e decrepita città. L’avrei fatta felice. Forse, solo per pochi secondi avrei rivisto gioire i suoi occhi dolci. Sette, il numero felice. La storia non mente (o era la storia la fanno i vincitori?) e questa non era l’eccezione a conferma della regola. No, c’era da aspettarselo. Sette, come i savi greci. Pensavo sarebbe stato diverso, diverso da quello che continuava a succedere, ad andare storto. Sette, come i peccati capitali. Mi sbagliavo. Sette, come le vacche sacre di Apollo.

L’incontrai ad aprile. Fuori il mio appartamento. Dovevo averla vista di sfuggita più di una volta nei due anni passati, eppure fu quel giorno d’aprile (sette aprile? Sarebbe davvero una strana coincidenza) che la notai per la prima volta. Fumavo la mia ultima sigaretta prima di smettere, o almeno così mi ripetevo da qualche settimana prima di accederne una, e fortunatamente il mio vicino, il tenore, non era a casa ad ammorbare i vicini con i suoi portentosi bassi. Ma potevo sentire qualcuno canticchiare flebilmente una strana cantilena, uno di quei brani che senti una volta resta attaccato al cervello come un topo resta incollato sulla trappola, era lei (non il topo, ma chi cantava).
Prima di quel giorno non avrei mai ritenuto interessante qualcuno della nettezza urbana, lei era un semplice spazzino di quartiere. Non sembrava stupida, nè una reietta. Doveva essere una di quelle persone che si ritrovano a fare un qualche lavoro del cazzo senza neanche sapere come e, per chissà quale motivo, restano lì a farlo fino all’ultimo. È come se dopo un rapporto non protetto con il proprio lavoro avesse avuto un figlio indesiderato e, per spirito di responsabilità o pigrizia, era decisa a sposare e restare fedele a quel lavoro-marito fino a che morte non li avrebbe separati.
Ma non mi importava, ero cotto e mangiato in men che non si dica. Non so se perché inebriato da quella litania ammaliante, era bastata la semplice richiesta di un accendino a rendermi succube e impreparato, una canoa in balia di sette mari. La volevo. Volevo carezzare la sua pelle, sentire il suo odore, conoscere il suo sapore. Pochi secondi e già mi sforzavo di immaginare il suo corpo rivelato al di sotto di quell’enorme giaccone giallo lampone. Ai miei occhi brillava più dei sette cieli dell’antichità, più delle sette meraviglie.
Tutto ciò che segue lo ricordo confusamente. Come attraversando un fiume all’alba, il ricordo della riva di partenza e quella dell’arrivo è distinto ma il tragitto… quello è pieno di grigi e bui. Ricordo momenti, attimi, emozioni. Ma attorno c’è solo nebbia. Ero al settimo cielo.
Potrei vagare nei ricordi per giorni, mesi, anni forse, e continuando a mescolarli e rivangare, illudermi sulla durata attuale di ciò che accadde. È per questo forse che non riesco a ricordare quando tutto è andato a puttane. Sette, come le piaghe d’Egitto.
Ciò di cui sono sicuro è che gli eventi precipitarono in pochi attimi, dall’allegria al puro terrore passò solo un sorriso di circostanza. Forse pensava non avessi notato quei piccoli dettagli nell’espressione del viso, che non avessi capito che uscita dal mio appartamento sarebbe svanita nel nulla, un estraneo tra le mille facce della quotidianità. No, non potevo lasciarla andare. L’incantesimo per me non era ancora svanito. Mi costrinse a usare la forza, a trattenerla contro la sua volontà. Ma come può, un individuo schiavo della sua stessa routine e del suo lavoro di merda sapere ciò che vuole veramente? Sette, come le vertebre cervicali.
Così mi ritrovai nuovamente ad avere qualcuno legato in salotto. Ormai ci avevo fatto un po’ l’abitudine: non sentivo più lo stress e l’inadeguatezza delle prime volte. Anzi, avrei potuto andare avanti per giorni probabilmente senza perdere le staffe. Ma volevo farla finita. Bramavo la ricompensa, il meritato riposo dopo la prestazione agonistica. Sicché ho già provveduto a comprare tutto l’occorrente per completare l’opera e, sopratutto, ho comprato le rose. Sette rose per poterla vedere felice un’ultima volta.
Non fu così.
La finii con sette pugnalate. Sette, come le rose ormai appassite. Sette, come le parti in cui ho suddiviso il suo corpo. Sette, come i giorni passati a cibarmi di lei. Sette, come i nani di Biancaneve.
GrazianoGrasso