Intervista col marziano

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Quella che state per leggere adesso è una intervista vera che la sonda della NASA Spirit ha effettuato su Marte nel 2005 con una forma di vita aliena.

tenetevi forte

SCENA: il suolo di Marte. Un paesaggio desolato di pietre e sabbia rossa, senza ombra di vita: sembra che sia passata l’atomica o il ministro Urbani. Il veicolo spaziale Spirit arranca sulle sei rotelline, puntando qua e là la telecamera. I pannelli solari sono tutti impolverati, e qualcuno c’ha scritto sopra “Lavami idiota”. Alla Control Room della Nasa stanno analizzando la scritta come possibile indizio di vita intelligente.
Ed ecco che, improvvisamente, dalle dune sbuca una creatura. È una specie di scimmia rossiccia e spelacchiata, con nove braccia e grandi occhi amaranto, un solo capello sul cranio, avviluppato in crocchia. A prima vista, un incrocio tra un lemure, un calamaro e Schifani. La Control Room applaude emozionata, tremila computer fibrillano: è stato avvistato il primo marziano. Questa è la fedele trascrizione dell’incontro, ed è anche la verità sul guasto di Spirit.

Spirit – A nome del presidente americano e dei suoi sudditi terrestri, io vengo in pace. Il mio nome è Spirit.
Creatura

– Ciao. Io abito qui e mi chiamo Geronimo.

Spirit – Questo nome mi ricorda qualcosa. Amico alieno, oggi è un grande giorno per le nostre civiltà. Porteremo su Marte ossigeno, ricchezza e democrazia. Posso fotografarti?

Geronimo – Un momento che mi pettino (scrolla il monocapello e lo riavvolge). Ma tu sei un terrestre?

Spirit – No, i terrestri sono brutti e di materiale scadente. Posso farti delle domande? Ho visto che vieni dal cratere che noi chiamiamo Gusev.

Geronimo – Noi usiamo altri nomi. Quello è il cratere Parmalat, tra i crateri Fiat e Enron, a sinistra del cratere Fininvest, misteriosamente scomparso dieci anni fa.

Spirit
– E di che sesso sei? Maschio o femmina?

Geronimo – Noi abbiamo nove sessi. Quando facciamo le orge dobbiamo usare una calcolatrice.

Spirit (imbarazzato) – Dalla Control room mi dicono che questo non va bene. Il nostro presidente George Bush, nel recente Discorso all’Unione, ha detto che siamo contrari alle coppie gay e al sesso extramatrimoniale. Anzi, la cosa migliore per un vero americano è la castità, che evita le malattie e lascia intatte le forze per la guerra.

Geronimo – Anche noi qualche volta lo diciamo, ma non lo chiamiamo Discorso dell’Unione, lo chiamiamo Discorso Ormainonmitirapiù.

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Spirit (minaccioso) – Ti proibisco di parlare così del mio capo! Sappi che sotto questo pannello solare, tra il microscopio e la trivella, ho un fucile mitragliatore.

Geronimo (tranquillo) – Sappi che con nove braccia posso usare contemporaneamente cinque chiavi inglesi e quattro cacciaviti.

Spirit – Scherzavo. O alieno obsoleto, io ti porto le idee della libertà, del business, della new economy. Non vi annoiate in questo deserto rosso? Dobbiamo sfruttarlo, renderlo produttivo. Cercheremo l’acqua, il petrolio, i tartufi. Costruiremo città, strade, penitenziari, Mc Donald, Disneymars. E campi da golf, ovunque. Non baderemo a spese per colonizza… volevo dire, per aiutarvi. Per esplorare Marte io sono costato 800 miliardi di dollari, è una bella cifra, anche se molto meno di quanto ci è costato esplorare l’Iraq e meno di quanto ci costerà esplorare la Siria.

Geronimo – E cosa ci porterete esplorandoci?

Spirit – Almeno un milione di posti di lavoro.

Geronimo – Non c’è pianeta nella Galassia dove possano bere una balla simile.

Spirit – Forse hai ragione. Allora vi porteremo la democrazia . Vi libereremo dai tiranni.

Geronimo – Non ne abbiamo.

Spirit – Ve li portiamo noi. Poi vi regaleremo il nostro sapere. Ho qua una videocassetta coi migliori esempi della cultura mondiale, alta e popolare. Gli Usa hanno mandato Edgar Allan Poe e Rambo, la Germania Bach e l’Oktoberfest, la Spagna Velazquez e Iglesias, l’Inghilterra Newton e il Principe Carlo. L’Italia il Grande Fratello e il festival di Sanremo.
Geronimo – E non portate altro?


Spirit – Certo: i videocellulari, gli antibiotici, e poi il superenalotto, il bingo, l’hamburger, il falso in bilancio, la mafia, il lifting…
Geronimo – Mi gira la testa. E della nostra civiltà cosa resterà?

Spirit – Caro amico dalla pelle rossa, a voi non succederà nulla. Basta che rispettiate alcune regole.

Geronimo – Ad esempio?

Spirit – Ad esempio non dovete tenere armi di sterminio di massa. Ne avete?

Geronimo – No, solo pietre. E avendo nove sfinteri, siamo molto pericolosi in un combattimento chimico. Ma noi potremo visitare liberamente la vostra terra?

Spirit – Certo! Basta che rilasciate le impronte digitali di tutte le mani, che non abbiate trascorsi comunisti, che non veniate in aereo, che non siate gay, che non siate fidanzati con uno zibetto, che non siate musulmani, che non siate anarchici irredentisti, che abbiate un lavoro fisso e che non facciate satira criminosa…
Geronimo – E se noi volessimo rimanere in pace, quassù da soli?

Spirit – Mi dispiace ma non è possibile. Il presidente Bush l’ha già promesso agli elettori. Gli americani sbarcheranno su Marte nel 2020. Sai quando è? Conosci come sono fatti i il calendari terrestri?

Geronimo – Certo. Nel 2020 vuole dire tra centonovantadue culi. Ma tu sei un ambasciatore o cosa?

Spirit – Io sono un robottinospia. Con i dati che fornirò, prepareremo il viaggio e la prossima volta…
A questo punto l’audio diventa disturbato, e si vede il volto di Geronimo avvicinarsi alla telecamera, un po’ grandangolato. Poi il marziano solleva con le nove braccia un pietrone colossale, proprio sopra il robot.

Spirit (spaventato) – Un momento, fermati, cosa fai…

Geronimo – Si chiama guerra preventiva.
(Colpo sordo, rumore di lamiere, il bip di collegamento si interrompe, il video si oscura. Riappare per un attimo la visione del marziano che grazie alle nove braccia riesce a fare contemporaneamente tre gesti appendiombrello e tre paia di corna.

Questo è ciò che è veramente accaduto. Dopo la botta in testa Spirit trasmette dieci parole al giorno, e sei gliele censurano perché sono riferite a Dell’Utri. Lassù su Marte, nel cratere di Parmalat, gli obsoleti alieni tirano un sospiro di sollievo. Dopo questo ennesimo fallimento, il capo della Nasa, Scrap Iron, ha dichiarato: “Il problema dei prossimi anni è questo: come farà l’uomo ad adattarsi al clima ostile di questo pianeta, senza alberi e senz’acqua, percorso da bufere gelide e vampate di calore? Marte? Veramente io stavo parlando della Terra”.

Questo è un vecchio articolo di Stefano Benni che risale al 2005. Ma come spesso accade per i grandi classici della scrittura, il pezzo è mai come oggi più attuale. 

Intervista a Ray Bradbury

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Per i nostalgici, una vecchia intervista a Ray Bradbury del 2002 sulla fantascienza, Guerre Stellari, Matrix, le origini dei suoi racconti, e di come abbia inventato il walkman, per la prima volta, in una delle sue storie.
Leggete con comodo, fate come se fosse sul vostro blog. 

Ad agosto compie 82 anni e, anche se dal 1999 è su una sedia a rotelle, non ha smesso un giorno di scrivere. In Italia Mondadori ha appena pubblicato il romanzo Ritornati dalla polvere (cominciato nel 1945), mentre in America è uscita la sua ultima raccolta di racconti (Anoter for the Road). Poi ci sono ben cinque film in lavorazione tratti dalle sue storie. Mel Gibson produrrà un remake di Fahrenheit 451 diretto da Frank Darabont (nel 1966, il regista fu François Truffaut). Dopo che per anni ci ha provato Steven Spielberg, ora la Universal ha preso i diritti di Cronache marziane. Ben Kingsley sarà il protagonista del remake di L’uomo illustrato (nel 1969 fu Rod Steiger). Pierce Brosnan, diretto da Peter Hyams, reciterà in Sound of Thunder e Bradbury sta adattando un suo racconto, Frost and Fire, da girare in Islanda. Panorama lo ha intervistato sul suo passato e sul suo futuro.

È più contento di avere una stella col suo nome nell’Hollywood boulevard o un cratere sulla Luna chiamato Dandelion da un suo racconto?
Lei preferirebbe guardarsi le scarpe o alzare gli occhi verso il cielo? Sono diventato uno scrittore per trovare una maniera di andare nello spazio.

Perché ha aspettato 55 anni per finire «Ritornati dalla polvere»?
Non è dipeso da me, ma dalle voci dell’alba.

Sarebbe a dire?
Non so mai cosa scriverò la mattina. Mi limito ad ascoltare, e le idee arrivano in quell’ora di nessuno che è quanto ti svegli e cerchi di ricordare il tuo nome. Fahrenheit 451 l’ho finito in nove giorni, Ritornati dalla polvere in 55 anni.

Come era nato?
Il primo racconto della serie della famiglia Elliots fu rifiutato dalla rivista Weired Tales. Troppo poco spaventoso, per loro che amavano Poe e Lovecraft. Allora lo mandai al femminile Mademoiselle. Mi risposero con un telegramma: «Anziché cambiare tuo racconto per adattarlo a nostro giornale, cambiamo nostro giornale per adattarlo tuo racconto. Stop». Il redattore culturale era Truman Capote. ci costruì intorno il numero speciale di Halloween e chiese una illustrazione al grande disegnatore Charles Addams, del New Yorker. Per anni abbiamo cullato l’idea di fare un libro insieme poi lui ha creato La famiglia Addams e io ho dimenticato gli Elliots. La copertina del mio libro è quella illustrazione, che per fortuna mi ero comprato anche se non potevo permettermela: la pagai 200 dollari, a rate.

È vero che non vuole essere più definito uno scrittore di fantascienza?
Sì, ho scritto solo una storia di fantascienza, Fahrenheit 451.

E le altre?
Sono fantasy.

Quale è la differenza?
La fantascienza è la scienza del possibile, io invece scrivo l’impossibile.

Ha qualche altre autodefinizione?
Sono uno scrittore di mitologie e un raccoglitore di metafore.

Come mai all’improvviso Hollywood sta producendo tanti film tratti dalle sue storie?
Perché sono stupidi. Io scrivo da 69 anni. E i primi film tratti dai miei racconti sono del 1953, Il risveglio del dinosauro e Destinazione Terra. Mel Gibson ha i diritti del remake di Fahrenheit 451 da dieci anni. Ha fatto scrivere 10 sceneggiature diverse. Idem per Cronache marziane. Mi viene in mente quello che mi disse Sam Peckinpah, quando voleva girare Qualcosa di sinistro sta per accadere: Strappo le pagine del tuo libro e le infilo dentro la macchina da presa». Sante parole.

È vero che anche Federico Fellini voleva fare uno dei suoi film?
Abbiamo parlato per un po’ di Il meraviglioso abito color gelato alla panna. Diceva che eravamo gemelli, tutti e due nati nel 1920. Ho saputo che era morto il giorno di Halloween: ho chiuso casa e buttato via tutte le zucche.

Quale è il suo rapporto col cinema?
Il mio secondo nome è Douglas, da Douglas Fairbanks jr. Era l’eroe di mia madre, è diventato il mio. Sono cresciuto col cinema. Il fantasma dell’opera, Il gobbo di Notre Dame, King Kong, Lawrence d’Arabia, A qualcuno piace caldo

Niente di più recente?
Qualcosa è cambiato, Terapia e pallottole.

Il miglior film di fantascienza?
La vita futura. Nel 2000 guerra e pace tratto da H. G. Wells. Poi Incontri ravvicinati del terzo tipo di Spielberg. un’esperienza religiosa, l’unico motivo per cui perdono Spielberg di aver cincischiato così a lungo con Cronache marziane.

Di «Matrix» che pensa?
Robetta, tutto look e niente storia. Un amo per abbindolare i sempliciotti.

E di «Guerre stellari»?
Troppo per ragazzini. Odio gli effetti speciali.

Il suo scrittore preferito?
Francis Scott Fitzgerald.

Potesse usare la macchina del tempo andrebbe a trovarlo?
Forse preferirei George Bernard Shaw: Oltre che un grande scrittore e un uomo brillante è stato anche il più grande commediografo del Ventesimo secolo.

Lei crede in Dio o in Charles Darwin?
Tutti e due insieme. Ho scritto una cantata che si intitola Christo Apollo, musicata da Jerry Goldsmith. Il concetto è che se Dio esiste allora deve essere anche sugli altri pianeti, magari in forme differenti.

«Fahrenheit 451» è più o meno attuale di «1984»?
È diverso. George Orwell era un pessimista, così come Aldous Huxley, autore del Mondo nuovo. Il mio romanzo è positivo.

Pensa sia il suo libro più importante?
Non faccio mai graduatorie: ho 4 figlie, 8 nipoti, 7 gatti, 40 libri, 600 racconti.

Perché l’ha scritto?
Devo citare ancora Fellini. Non spiegatemi perché sto facendo qualcosa, non voglio saperlo, diceva. Fahrenheit è cominciato per caso, come racconto breve una sera che un poliziotto mi ha fermato perché gli sembrava strano che stessi camminando a piedi a Los Angeles. Poi è diventato un racconto lungo: l’ho scritto nello scantinato dell’università, su una macchina in affitto che costava 10 centesimi l’ora. Mi è costato alemeno 9 dollari e 80.

Lei scrive per predire il futuro?
No, semmai per prevenirlo.

È vero che ha inventato il walkman?
Non io. Io ho immaginato degli auricolari stereo. Poi un giorno mi viene a trovare un ingegnere giapponese della Sony e mi ringrazia per avergli suggerito il walkman.

Altri aggeggi «made in Bradbury»?
Sempre in Fahrenheit 451 schermi televisivi a tutta parete, e la tv interattiva. In un altro racconto intitolato Il veldt c’era la realtà virtuale, mentre ne L’assassino c’era l’antesignano dei cellulari. Ma sono la persona meno indicata a parlare di tecnologia. Non ho nemmeno il computer.

Come mai?
Che ci faccio? Ho già una macchian da scrivere.

Se potesse abolire una invenzione del Ventesimo secolo?
L’automobile. Crea 50 mila cadaveri l’anno. Mai guidato.

Cosa pensa della clonazione?
Ma a che diavolo serve? Ci sono gli uomini e le donne, non è meglio clonarsi andando a letto insieme?

Ha una regola per la felicità?
Scrivere duemila parole al giorno.

E come si fa?
Bisogna essere sempre innamorati. Non è un lavoro, è un divertimento. Mai avuto bisogno di prendermi una vacanza.

Sua moglie è mai stata gelosa dei suoi libri?
Cinquantacinque anni fa la mia dichiarazione era stata chiara: «Marguerite, andrò sulla Luna e su Marte, vuoi venire con me?». Avevo 8 dollari in banca. Al matrimonio ho dato al prete una busta con 5 dollari. Mi ha chiesto: «Ma non sei uno scrittore?». E me li ha restituiti.

Un sogno nel cassetto?
Un’opera di fantascienza. Mi serve il fantasma di Puccini. Quando ascolto Tosca, piango come un bimbo.

Questo mondo le piace?
Ho cercato di cambiarlo non solo nelle mie storie. Pochi lo sanno ma ho realizzato anche progetti urbani, a San Diego, Century City, Pasadena e Hollywood. Il concetto è restituire alla gente spazi umani.

Il miglio consiglio che le hanno dato?
Somerset Maugham: «Fa’ quello che vuoi, non quello che gli altri vogliono che tu faccia».

E uno suo a un aspirante scrittore?
È la quantità che produce la qualità.

Da Panorama, 23 Maggio 2002, pagine 241-244.

L’UFO DI GOOGLE

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Ecco la soluzione al doodle realizzato da google per il 66esimo anniversario dell’incidente alieno a Roswell, ma vediamo la storia.
Il 7 luglio 1947 un oggetto non identificato precipita in una fattoria vicino Roswell.
Il giorno dopo la stampa parla di dischi volanti. Ma la United States Army ha sempre smentito. Infatti più che di omini verdi si trattava di palloni sonda nella bassa atmosfera che servivano a rivelare esperimenti nucleari sovietici.
Sarà vero che non c’è stato proprio nessun disco volante e nessun alieno incidentato?
Il tempo ce lo dirà. Per adesso tra le mani abbiamo solo questo Doodle

Gesù si DIMETTE

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Immaginate gli apostoli dopo l’ultima cena che trovano un biglietto sopra al tavolo. Lo aprono, è di Gesù, tornato dall’orto dei getsenami dopo una nottata fuori. Il biglietto fa: “Ragazzi, non prendiamoci in giro, già lo so che domani mi catturano i centurioni, mi frustano mi riempiono di calci in culo e poi mi fanno portare per un kilometro la croce a cui più tardi hanno deciso di inchiodarmi e lasciarmi appeso finché tutti i muscoli del corpo si lacerano. e questo grazie a uno di voi, che mi ha già venduto a Roma. io torno a casa ciao.
p.S. vaffanculo giuda suca”

Benedetto VI  ha fatto così. Dov’è la fede, e il martirio? Il sacrificio rimane esiliato ai testi biblici. Il papa non può dare forfè: e se le forze dl male ne approfittassero per attaccare quando il papa non c’è?. Se fossi Belzebù attaccherei proprio dopo le sue dimissioni: dobbiamo aspettarci, quindi, un attacco di satana… diciamo a napoli? è questo che vogliono? attaccare napoli con un esercito di diavoli, incendiare la spazzatura e soffocare tutto il pianeta con la diossina?

Aspetto una risposta,

INTERVISTA: ANDREA PINKETTS

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Nonostante l’appuntamento fosse alle cinque, alle quattro e trenta Andrea Pinketts era già lì. Mi aveva chiamato alle due del pomeriggio dicendomi: «Troviamoci al Wagner».

Un treno, due ore e due cambi di metropolitana dopo ero all’entrata dell’hotel Wagner. Sulla porta pendevano rassegnate tre bandiere. Una italiana, una europea, una indecifrabile. Il vento non soffiava. Aprile, quel giorno, era convinto di chiamarsi agosto e rilasciava i terribili effetti di questa omonimia sulla città di Milano, pressandola e comprimendola in un cubetto di umidità immobile. Poco sotto l’hotel Wagner era cresciuta una nidiata di piccole sedie e tavoli di plastica che aveva dato vita a un bar. Al limite di questo bar, su un tavolino rotondo, un paio di quotidiani e due grandi birre chiare facevano compagnia a un uomo seduto di spalle, coperto da un’ampia giacca rossa. Era Pinketts, e io ero dietro di lui. Non si può andare all’appuntamento con uno scrittore noir e sbucargli alle spalle; mi chiedevo come avrebbe reagito il protagonista dei suoi romanzi, Lazzaro Santandrea, duro detective e alter ego dello stesso autore, a questo agguato. Faccio il giro e gli spunto davanti. Prima di partire mi avevano detto che con uno come Pinketts era meglio tenere la guardia alzata. Ma in quel momento sembrava che nessuno dei due fosse interessato a proteggersi dai pugni dell’altro. Mi invita a sedere con lui, chiama la cameriera «Biondaa!» e le chiede di portarci da bere. È un uomo rituale, frequenta spesso il bar e passa il tempo a leggere i quotidiani e i manoscritti degli esordienti. Più tardi ha una presentazione in libreria e il resto della giornata scrive.

Qual è il sentimento che spinge l’autore a scrivere per la prima volta?

«Scrivere implica una sorta di innatismo cartesiano, è qualcosa che senti di dover fare, così come dipingere o fare musica. C’è gente che nasce con questo desiderio dentro. È quasi un dovere. Non sai se riuscirai, ma tenti. La pena è rimanere insoddisfatti per la vita intera. Mi fanno molta tenerezza i pittori della domenica, quelli che vedi nei mercatini, quelli che disegnano paesaggi tristi. È una risposta al fallimento delle proprie ambizioni. Non tutti i pittori espongono alle mostre, e non tutti gli scrittori vengono pubblicati».

Tu sì, invece.

«Io sì. Ho cominciato dalla strada. Il mio primo lavoro è stato con l’agenzia fotografica Liverani che si occupava di cronaca nera. Avevamo la radio sintonizzata sulle frequenze della polizia e quando c’era un omicidio o una rapina, cercavamo di arrivare prima di loro. E prima degli altri giornalisti. Sono passato a “Panorama” e ho cominciato con le inchieste, come infiltrato nella setta dei Bambini dei Satana e come finto pornoattore al festival del MiSex. Il primo romanzo (Lazzaro, vieni fuori) lo scrissi tra il 1984 e 1985, e fu pubblicato sette anni dopo da Fratelli Vallardi Editore, nella collana “Metropolis”. All’epoca avevo già vinto tre edizioni del MystFest [Festival Internazionale del Giallo e del Mistero, N.d.R] e i tempi erano maturi. Fu poi ripubblicato da Feltrinelli».

Qualcosa deve essere cambiato in questi anni, nel mondo dell’editoria.

«Be’, l’editore, generalmente, è il peggior nemico dell’autore. Lo spreme come un limone finché gli serve, poi lo abbandona. Tuttavia, in alcuni casi, possono crearsi delle solide amicizie. Ho pubblicato molti libri con Feltrinelli e tutti gli anni, alla vigilia di Natale, vado alla loro sede milanese con un panettone e una bottiglia di spumante; è una sorta di rito. Con Mondadori non è stato possibile. Alla Mondadori ogni anno c’è gente nuova e non si possono stabilire amicizie. Ho pubblicato anche con Il Filo, del gruppo Albatros. È una casa editrice a pagamento e pubblica grandi autori di richiamo affiancandoli a piccoli esordienti. Pur trattandosi di editoria a pagamento, c’è da dire che Albatros ha un’ottima distribuzione, che è la caratteristica principale di una buona casa editrice».

Sei passato per molti editori, i tuoi lavori hanno risentito di un certo tipo di editing.

«In realtà non ho mai accettato alcun tipo di editing per i miei romanzi. Una volta volevano tagliarmi cento pagine dal libro Il conto dell’ultima cena. Sergio Altieri, editor della Mondadori, era stato incaricato di affettare il romanzo come si fa a fette un prosciutto. Dopo cinque riunioni non ne eravamo venuti ancora a capo. Allora dissi che potevamo farne anche cento di riunioni ma il libro doveva rimanere così e alla fine mi dettero ragione. In effetti, Altieri non era la persona giusta a cui chiedere di accorciare un romanzo. Lui stesso è un grande scrittore ma molto prolifico, scrive libri di ottocento pagine. E alla fine mi confessò che, personalmente, non gli andava di tagliare il mio libro».

Pinketts si interrompe, gli squilla il telefono. Risponde, è il suo agente. «Mi chiama spesso. Sbriga tutti gli affari che non riesco a sbrigare personalmente per motivi di tempo. Passo gran parte della giornata a scrivere».

E per chi scrivi? Per te stesso o per il pubblico? Molti scrittori hanno dei tempi e dei luoghi ben precisi in cui scrivere, a te dove piace farlo?

«Lo scrittore», inizia Pinketts, «scrive per se stesso. E scrive ciò che di se stesso vuole dare in pasto al pubblico, come accade in questa intervista. Io decido di raccontare qualcosa al pubblico ma, prima di raccontarla a loro, devo raccontarla a me. E le storie mi piace raccontarle con un certo rituale. Scrivo di sera, a Le Trottoir. È un locale, un ritrovo d’arte. Scrivo rigorosamente a penna» indica con un dito i miei appunti «come te in questo momento. Ho un foglio bianco, una birra, un sigaro e tutto un mondo da raccontare. L’unica differenza è che tu non hai una birra ma un Montenegro, e non hai un sigaro».

Ma per raccontare qualcosa a te stesso hai bisogno di una musa, di un’ispirazione. Secondo te esistono ancora le muse?

«Esistono eccome!» risponde. «Il libro Fuggevole Turchese del 2001 è nato dalla visione di una bellissima ragazza o, per meglio dire, del suo bellissimo culo inguainato in pantaloni turchesi. Non ho avuto il tempo di vederla in faccia, ero dall’altro lato della strada. È passato un tram e lei è sparita. Per cui mi è rimasta la visione del suo sedere turchese e della sua assenza. Questa ignota fanciulla è stata la mia musa. La musa è qualcosa di cui non vedi il volto, ma solo il sedere. Se ne scoprissi il volto la ricerca sarebbe finita. Un po’ come la morte. Una volta vista in faccia sai che è finita, perciò è bene limitarsi a guardarle il culo».

Esplode in una risata e beve da uno dei boccali che gli tengono compagnia. Noto che ha la pelle dura e di colore scuro, un guscio di noce, come quella dei bucanieri. Pinketts, in effetti, è un pirata. E come tutti i pirati divide la sua vita in due momenti. Il momento dell’arrembaggio, che si svolge in alto mare, e il momento di riposo sulla terra ferma, passato a bere rum e adocchiare donne. Io mi trovavo in quel momento.

Immagina di essere su un pianeta lontano. Se gli abitanti ti chiedessero di leggere un libro che rappresenta la Terra e i terrestri, quale sceglieresti?

Pinketts posa il boccale e ci pensa su, portandosi la mano al mento. Il suo corpo è immobile, ma con gli occhi è già atterrato sul pianeta. Più o meno è come essere la star di un concerto rock. Centinaia di alieni dalle teste schiacciate che ascoltano, e lui al centro, con l’ingrato compito di spiegare come sono i terrestri.

«È impegnativo. Un libro della terra, scritto nel corso della storia umana… Sceglierei un romanzo di John Kennedy TooleUna banda di idioti. Ritrae il disagio di un genio ciccione, flatulente e del rapporto difficile con la società in cui è nato. Il titolo prende nome da una massima di Jonathan Swift, uno che saprebbe spiegare benissimo a qualsiasi extraterrestre il mondo in cui viviamo. La frase è: “Quando nel mondo nasce un genio, si riconosce subito perché gli idioti fanno banda contro di lui”. In effetti, il romanzo di Toole contiene la più profonda disperazione ma anche un umorismo straordinario, qualità opposte tipiche dei terrestri. Gli esseri umani sono così, creano situazioni orrende e poi le raccontano con un sorriso amaro, come accade nelle fiabe».

Anche tu hai scritto una fiaba un po’ particolare, La fiaba di Bernadette che non ha visto la Madonna. Si racconta una storia per trasmettere emozioni e, per gli esseri umani, le emozioni diventano gli attributi dell’esperienza. Tramite i racconti i bambini aiutano la mente a immaginare esperienze prima ancora di viverle. Quindi sono i primi ad aver bisogno delle storie. Esiste una storia particolarmente importante che ogni bambino dovrebbe ascoltare prima di dormire?

«Quando ero bambino mi piacevano le storie orribili. Le favole, non le fiabe. Le fiabe sono quelle di EsopoFedro. Le favole invece sono crudeli, raccontano aspetti tristemente reali della vita. Pensa a Barbablù che uccideva le mogli. I bambini si appassionano alla paura perché con la paura bisogna convivere. Con questo si spiega anche l’esplosione del genere teen-horror, nelle librerie e nei cinema, per far convivere l’orrore con l’amore. Si va sempre a sbattere contro la paura, e così contro l’amore. Entrambi i sentimenti devono essere superati. Per questo motivo credo che i bambini dovrebbero ascoltare storie terrificanti. La mia preferita era quella di Hansel e Gretel. Una strega cannibale mangia-bambini. Un racconto agghiacciante».

E se il mondo stesso fosse un racconto e tu dovessi scriverne il finale, quale sarebbe?

Pinketts posa l’accendino e si mette a pensare. Di nuovo, con il corpo è a Milano e con gli occhi guarda il nostro pianeta dall’alto della sua atmosfera. Il sigaro mezzo acceso, puntato verso la sfera blu, a cercare di decidere cosa farne di quell’ammasso gigante e spaventosamente casuale di terra, ossigeno e acqua.

«Io non vedo un finale.» Dice dopo un po’. «Alla fine del mio primo romanzo, Lazzaro, vieni fuori, il protagonista è su una corriera che lo porterà dal Trentino a Milano, dove ha deciso di accettare un lavoro serio che lo costringerà a una quotidianità, a una vita stabile e impiegatizia, quasi una condanna a morte per uno spirito libero come Lazzaro Santandrea. La frase finale è: “Nulla poteva impedire al pullman di portarmi verso la mia fine. Una gomma forò”. Quello che voglio dire è che secondo me non ci sarà mai una fine. Quando crederemo che è tutto finito ci sarà sempre una gomma forata a salvarci dal termine delle cose».

Era venuto il momento dell’ultima domanda. Dopo di quella avrei dovuto dire addio al pirata Pinketts. Come Lazzaro, però, non sapevo che prima di allontanarmi da quel tavolino sarebbe dovuta passare un’altra mezzora, una chiacchierata senza registratore, due Montenegro e un Gin Tonic. Una gomma forò.

Hai un libro che ricorderai per sempre, una storia che preferisci su tutte?

«Mi viene in mente un libro di George Orwell. È molto importante per me. S’intitola Fiorirà l’aspidistra. L’aspidistra era una pianta da appartamento e d’ufficio molto in uso in Inghilterra negli anni cinquanta. Il protagonista del romanzo è un poeta e deve decidere se accettare un lavoro d’ufficio o continuare a seguire il proprio obiettivo. È lo stesso tema che riprendo con la storia di Lazzaro. Tutto si fonda sul contrasto tra aspirazione, talento e vita di tutti i giorni. Se il protagonista vedrà fiorire la pianta di aspidistra vedrà allo stesso tempo sfiorire i propri sogni. Lessi questo libro a dodici anni e dal quel momento capii che non avrei mai visto fiorire un’aspidistra».

Pinketts scoppia in un’altra risata. Gli dico che l’intervista è finita e lui mi invita a rimanere. È arrivato un suo amico e adesso il tavolino comincia a diventare affollato. Apro lo zaino e metto via il foglio e la bic. La nidiata di piccole sedie e tavoli di plastica continua a crescere e a espandersi con una costanza organica. Pinketts chiama la cameriera, «Biondaa!», e io spengo il registratore.

Alessandro Oliviero