Intervista a Ray Bradbury

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Per i nostalgici, una vecchia intervista a Ray Bradbury del 2002 sulla fantascienza, Guerre Stellari, Matrix, le origini dei suoi racconti, e di come abbia inventato il walkman, per la prima volta, in una delle sue storie.
Leggete con comodo, fate come se fosse sul vostro blog. 

Ad agosto compie 82 anni e, anche se dal 1999 è su una sedia a rotelle, non ha smesso un giorno di scrivere. In Italia Mondadori ha appena pubblicato il romanzo Ritornati dalla polvere (cominciato nel 1945), mentre in America è uscita la sua ultima raccolta di racconti (Anoter for the Road). Poi ci sono ben cinque film in lavorazione tratti dalle sue storie. Mel Gibson produrrà un remake di Fahrenheit 451 diretto da Frank Darabont (nel 1966, il regista fu François Truffaut). Dopo che per anni ci ha provato Steven Spielberg, ora la Universal ha preso i diritti di Cronache marziane. Ben Kingsley sarà il protagonista del remake di L’uomo illustrato (nel 1969 fu Rod Steiger). Pierce Brosnan, diretto da Peter Hyams, reciterà in Sound of Thunder e Bradbury sta adattando un suo racconto, Frost and Fire, da girare in Islanda. Panorama lo ha intervistato sul suo passato e sul suo futuro.

È più contento di avere una stella col suo nome nell’Hollywood boulevard o un cratere sulla Luna chiamato Dandelion da un suo racconto?
Lei preferirebbe guardarsi le scarpe o alzare gli occhi verso il cielo? Sono diventato uno scrittore per trovare una maniera di andare nello spazio.

Perché ha aspettato 55 anni per finire «Ritornati dalla polvere»?
Non è dipeso da me, ma dalle voci dell’alba.

Sarebbe a dire?
Non so mai cosa scriverò la mattina. Mi limito ad ascoltare, e le idee arrivano in quell’ora di nessuno che è quanto ti svegli e cerchi di ricordare il tuo nome. Fahrenheit 451 l’ho finito in nove giorni, Ritornati dalla polvere in 55 anni.

Come era nato?
Il primo racconto della serie della famiglia Elliots fu rifiutato dalla rivista Weired Tales. Troppo poco spaventoso, per loro che amavano Poe e Lovecraft. Allora lo mandai al femminile Mademoiselle. Mi risposero con un telegramma: «Anziché cambiare tuo racconto per adattarlo a nostro giornale, cambiamo nostro giornale per adattarlo tuo racconto. Stop». Il redattore culturale era Truman Capote. ci costruì intorno il numero speciale di Halloween e chiese una illustrazione al grande disegnatore Charles Addams, del New Yorker. Per anni abbiamo cullato l’idea di fare un libro insieme poi lui ha creato La famiglia Addams e io ho dimenticato gli Elliots. La copertina del mio libro è quella illustrazione, che per fortuna mi ero comprato anche se non potevo permettermela: la pagai 200 dollari, a rate.

È vero che non vuole essere più definito uno scrittore di fantascienza?
Sì, ho scritto solo una storia di fantascienza, Fahrenheit 451.

E le altre?
Sono fantasy.

Quale è la differenza?
La fantascienza è la scienza del possibile, io invece scrivo l’impossibile.

Ha qualche altre autodefinizione?
Sono uno scrittore di mitologie e un raccoglitore di metafore.

Come mai all’improvviso Hollywood sta producendo tanti film tratti dalle sue storie?
Perché sono stupidi. Io scrivo da 69 anni. E i primi film tratti dai miei racconti sono del 1953, Il risveglio del dinosauro e Destinazione Terra. Mel Gibson ha i diritti del remake di Fahrenheit 451 da dieci anni. Ha fatto scrivere 10 sceneggiature diverse. Idem per Cronache marziane. Mi viene in mente quello che mi disse Sam Peckinpah, quando voleva girare Qualcosa di sinistro sta per accadere: Strappo le pagine del tuo libro e le infilo dentro la macchina da presa». Sante parole.

È vero che anche Federico Fellini voleva fare uno dei suoi film?
Abbiamo parlato per un po’ di Il meraviglioso abito color gelato alla panna. Diceva che eravamo gemelli, tutti e due nati nel 1920. Ho saputo che era morto il giorno di Halloween: ho chiuso casa e buttato via tutte le zucche.

Quale è il suo rapporto col cinema?
Il mio secondo nome è Douglas, da Douglas Fairbanks jr. Era l’eroe di mia madre, è diventato il mio. Sono cresciuto col cinema. Il fantasma dell’opera, Il gobbo di Notre Dame, King Kong, Lawrence d’Arabia, A qualcuno piace caldo

Niente di più recente?
Qualcosa è cambiato, Terapia e pallottole.

Il miglior film di fantascienza?
La vita futura. Nel 2000 guerra e pace tratto da H. G. Wells. Poi Incontri ravvicinati del terzo tipo di Spielberg. un’esperienza religiosa, l’unico motivo per cui perdono Spielberg di aver cincischiato così a lungo con Cronache marziane.

Di «Matrix» che pensa?
Robetta, tutto look e niente storia. Un amo per abbindolare i sempliciotti.

E di «Guerre stellari»?
Troppo per ragazzini. Odio gli effetti speciali.

Il suo scrittore preferito?
Francis Scott Fitzgerald.

Potesse usare la macchina del tempo andrebbe a trovarlo?
Forse preferirei George Bernard Shaw: Oltre che un grande scrittore e un uomo brillante è stato anche il più grande commediografo del Ventesimo secolo.

Lei crede in Dio o in Charles Darwin?
Tutti e due insieme. Ho scritto una cantata che si intitola Christo Apollo, musicata da Jerry Goldsmith. Il concetto è che se Dio esiste allora deve essere anche sugli altri pianeti, magari in forme differenti.

«Fahrenheit 451» è più o meno attuale di «1984»?
È diverso. George Orwell era un pessimista, così come Aldous Huxley, autore del Mondo nuovo. Il mio romanzo è positivo.

Pensa sia il suo libro più importante?
Non faccio mai graduatorie: ho 4 figlie, 8 nipoti, 7 gatti, 40 libri, 600 racconti.

Perché l’ha scritto?
Devo citare ancora Fellini. Non spiegatemi perché sto facendo qualcosa, non voglio saperlo, diceva. Fahrenheit è cominciato per caso, come racconto breve una sera che un poliziotto mi ha fermato perché gli sembrava strano che stessi camminando a piedi a Los Angeles. Poi è diventato un racconto lungo: l’ho scritto nello scantinato dell’università, su una macchina in affitto che costava 10 centesimi l’ora. Mi è costato alemeno 9 dollari e 80.

Lei scrive per predire il futuro?
No, semmai per prevenirlo.

È vero che ha inventato il walkman?
Non io. Io ho immaginato degli auricolari stereo. Poi un giorno mi viene a trovare un ingegnere giapponese della Sony e mi ringrazia per avergli suggerito il walkman.

Altri aggeggi «made in Bradbury»?
Sempre in Fahrenheit 451 schermi televisivi a tutta parete, e la tv interattiva. In un altro racconto intitolato Il veldt c’era la realtà virtuale, mentre ne L’assassino c’era l’antesignano dei cellulari. Ma sono la persona meno indicata a parlare di tecnologia. Non ho nemmeno il computer.

Come mai?
Che ci faccio? Ho già una macchian da scrivere.

Se potesse abolire una invenzione del Ventesimo secolo?
L’automobile. Crea 50 mila cadaveri l’anno. Mai guidato.

Cosa pensa della clonazione?
Ma a che diavolo serve? Ci sono gli uomini e le donne, non è meglio clonarsi andando a letto insieme?

Ha una regola per la felicità?
Scrivere duemila parole al giorno.

E come si fa?
Bisogna essere sempre innamorati. Non è un lavoro, è un divertimento. Mai avuto bisogno di prendermi una vacanza.

Sua moglie è mai stata gelosa dei suoi libri?
Cinquantacinque anni fa la mia dichiarazione era stata chiara: «Marguerite, andrò sulla Luna e su Marte, vuoi venire con me?». Avevo 8 dollari in banca. Al matrimonio ho dato al prete una busta con 5 dollari. Mi ha chiesto: «Ma non sei uno scrittore?». E me li ha restituiti.

Un sogno nel cassetto?
Un’opera di fantascienza. Mi serve il fantasma di Puccini. Quando ascolto Tosca, piango come un bimbo.

Questo mondo le piace?
Ho cercato di cambiarlo non solo nelle mie storie. Pochi lo sanno ma ho realizzato anche progetti urbani, a San Diego, Century City, Pasadena e Hollywood. Il concetto è restituire alla gente spazi umani.

Il miglio consiglio che le hanno dato?
Somerset Maugham: «Fa’ quello che vuoi, non quello che gli altri vogliono che tu faccia».

E uno suo a un aspirante scrittore?
È la quantità che produce la qualità.

Da Panorama, 23 Maggio 2002, pagine 241-244.

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