Postmodernismo e alchimia nella pratica del cocktail

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antropologia del web/ sociologia digitale/super nicchia di tutto, già lo sapete, per questo vi lasciamo qui sotto un piccolo articolo di introduzione a un saggio che verrà pubblicato prossimamente.

Nel 2014 la divisione tra pratica amatoriale e professionale è sempre meno netta*. Il formato epub, mobi e il fenomeno della vanity press e l’auto pubblicazione dei contenuti tramite social network o piattaforme online sono IL fenomeno. Non si può manco misurare l’incremento percentuale dei prodotti librari pubblicati in Italia da quando il vanity press è disponibile per tutti.

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Per i cocktail è successa la stessa identica cosa, un mondo di nicchia ristretto a pochi declassati bartender (il barista era un lavoro ‘servile’ come del resto tutti i lavori alberghieri) adesso ha improvvisamente acquistato una particolare fama, una renaissance iniziata verso la fine della prima decade del Duemila, aiutata anche dalla cultura dei craft spirits, ovvero i liquori prodotti e diffusi da compagnie indipendenti e la facilità di reperimento di alcuni ingredienti.

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Il cocktail sta vivendo la sua età dell’oro e il bartender non è più semplicemente l’uomo dietro al bancone ma è il sacerdote, il medicine man che possiede le conoscenze profonde che bilanciano i delicati equilibri della pozione, è l’amministratore del rito. Comunque, anche se nella sua particolarità alberghiera, il bartender è sempre stato in un certo senso la superstar delle notti in discoteca,il demiurgo dello sballo, il nuovo millennio gli ha accordato però significati simbolici più profondi. Non è un caso che tutto questo sia successo adesso, durante la seconda decade del Duemila.

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Il cocktail è il prodotto postmoderno per eccellenza, segue il gioco postmoderno dell’assemblaggio: succhi, bitter, liquori diversi miscelati secondo una ratio ben precisa per dare vita a un prodotto nuovo, una ratio che spesso al neofita appare poco o per nulla scientifica,  e questa convinzione non ha fatto altro che alimentare la convinzione che il cocktail sia più prodotto alchemico che chimico, in cui il fattore  set e setting in cui viene consumato ha rilevanza fondamentale (che è vero, ma va inserito in un contesto più articolato)
Quindi il ritaglio, il bricolage, il cross over tipico del postmodernismo che è la filosofia dominante di queste decadi post terzo millennio come trampolino culturale per il successo pop del cocktail.

Cento anni fa, esattamente all’inizio degli anni Venti del Novecento, succedeva la stessa cosa: i Futuristi avevano individuato nel cocktail un prodotto veloce, ibrido, postmoderno, che ben si miscelava alle idee del movimento di Filippo Tommaso Marinetti. ma non lo chiamavano cocktail, bensì polibibita. 

Per i futuristi alla base c’era la finalità che la polibibita doveva avere: aiutare la socializzazione, lo scambio di opinioni di idee, il confronto ed il conflitto amichevole. Miscelazioni che stimolassero l’appetito, la creatività e la genialità, che fossero afrodisiache e fecondatrici, rilassanti e sonnifere, corroboranti.

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Coppa di brividi, Avanvera, Snebbiante, Il Rigeneratore, Giostra d’Alcol, Guerra in Letto:  sono solo alcuni dei fantasiosi nomi dati agli aperitivi da Marinetti e dai suoi sodali futuristi, nei primi decenni del ’900. Aperitivi fatti rigorosamente con prodotti italiani che erano dichiarazioni d’intenti e terapie, finalizzati alla socializzazione, a stimolare la conversazione, lo scambio di idee, il confronto. Nell’enfasi avanguardista di Marinetti, Prampolini, Depero (a cui si deve la forma conica tronca della bottiglia del Campari Soda) l’obiettivo era dare una sferzata di dinamismo e cambiare cultura e stile di vita agli Italiani del Ventennio.

Corsi e ricorsi storici? Staremo a vedere. Voi, invece, se volete saperne di più continuate a seguirci.

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