Castrazioni

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Castrazioni è un racconto di Pietro Dossena.

Ogni mese ci facevano una punturina, una di quelle serie, una specie di elettroshock chimico che ci avrebbe dovuto rendere inoffensivi nei confronti della società che suo malgrado ci curava e ci dava ospitalità.

La prima settimana ero sconvolto, eravamo tutti sconvolti nel reparto, non potevamo bere neanche un goccio se no stavamo male. Avevamo il sangue avvelenato dal trattamento sanitario obbligatorio.
Stavamo sdraiati sui letti nella camerata, fumando emme esse, leggendo riviste popolari, guardando la televisione quando era permesso. Lobotomizzati ci studiavamo a vicenda coi volti grifagni, soprattutto i nuovi arrivati.
Molti avevano, come me, meno di trent’anni, ma c’erano anche vecchi disperati, bavosi e feroci. Dopo i primi giorni, quando tornavano i primi barlumi di coscienza, nascevano discussioni, accuse, i primi deliri, Assurdi monologhi riempivano i corridoio, qualcuno già scappava verso lo spaccio dell’ospedale.
Un orrido, gelido inverno soffocava la città, attraverso le larghe vetrate della camerata giungeva fino a noi, attutito, il rumore della grande metropoli, l’odore acre del cemento.
Trascorrevamo le nostre vite maledette nell’odio e nell’indifferenza di qualsiasi altra realtà, banditi per sempre dalla normalità, con volti già vecchi a venticinque anni.
La seconda settimana riuscivo almeno a camminare, se pur intontito. Visto nello specchio mi apparivo come uno spettro, gli occhi iniettati di sangue, nei miei pensieri si infilitrava il pensiero dell’alcol: fumavo due pacchetti al giorno.
Una volta ogni tre giorni veniva a trovarmi mia madre con un volto disperato, una vita fallita.
All’unisono tutti ci risvegliavamo la terza settimana, si stringevano alleanze. Implicite amicizie, sguardi di intesa.
Tra noi ci torturavamo nel ricordo delle delizie della droga, della libertà, mi facevano stare male.
Fu forse per questo che strinsi amicizia con tale Ambrogio. Era più vecchio, avrà avuto quarant’anni: sdentato, delirante, alcolizzato.
Era sorprendentemente chiuso e conservatore, retrivo nei suoi argomenti, feroce contro chiunque, forse aveva più di una personalità, ormai. Con lui uscii finalmente dalla camerata. Una scappata allo spaccio dell’ospedale dove due troie di infermiere ci rifiutarono di darci da bere.
Poi il giorno dopo arrivai fino a Via Francesco Sforza e davanti a me si era stagliata la sagoma imponente dell’antico Ospedale Maggiore, ora Università degli Studi di Milano.
Avevo seguito Ambrogio lungo corridoio sconosciuti e angusti fino a un bar affollato di gente. Lì ci avevano servito da bere senza problemi.
Dietro al bar c’era un’aula piena di scritte incomprensibili e affollata di studenti fumatori di hashish. Eravamo seduti a un tavolo ascoltando i discorsi degli studenti, io avevo scroccato un cilum. Da settimane non ero così fuori di testa.
Ambrogio ce l’aveva con tutta quella gente, per lui erano dei drogati, figli di papà, anarcoidi, soggetti pericolosi, io gli facevo notare che di solito i soggetti pericolosi erano quelli rinchiusi negli ospedali psichiatrici. Finiva che alzavamo la voce tutti ciucchi con le medicine in circolo e la gente ci guardava spaventata.
Io facevo comunella con gli studenti. Alla fine erano ragazzi della mia età e io facevo il liceo, una volta, prima di diventare tossicofiliaco.
Alla fine della terza settimana avevo bevuto di nuovo tanto, finendo subito a strisciare, vaneggiando in faccia ad un paio di ragazze ben vestite.
– Studiate, – gli dicevo – studiate Dante e tutta la letteratura, leggete la Bibbia, acculturatevi.
Ambrogio gridava di fianco a me:
– Io sono mezza mafia e mezzo avvocato, ecco perché voi figli di papà non riuscirete a fregarmi.
Un paio di rasta sghignazzando mi avevano offerto un cilum e io gridando: – Siamo in un paese libero! – Avevo fumato. I nervi mi si erano infiammati, mi ero afflosciato su un banco sconvolto.
Alla fine eravamo riusciti a tornare in camerata dove un infermiere ci aveva fatto un culo così, i medici si erano incazzati come iene.
Alla fine l’ultima settimana l’avevamo passata tutta là sotto, in quel freddo cronicario, Ambrogio delirava ogni minuto di più, inveiva a parolacce sulle femmine, gli dava delle lesbiche.
Faceva un freddo da strapparti via l’anima. Bevevamo sempre di più.
Ogni giorno mi trascinavo fino ai cancelli eludendo la sorveglianza degli infermieri, a loro di noi derelitti comunque non fregava un cazzo. Stavamo tra gli studenti che ci guardavano come strani animali da circo.
Qualcuno era anche simpatico, qualcuno sarebbe finito come noi.
Mi sentivo di nuovo libero dalle catene chimiche che mi avevano imprigionato. Si avvicinava di nuovo il giorno dell’iniezione.
Per quel giorno il dottore, uno che la sapeva lunga, aveva ordinato una sorveglianza speciale su quelli di noi che si allontanavano e avevano dato risultati negativi al trattamento e che quindi dovevano subire una nuova castrazione chimica.
Io e Ambrogio eravamo sulla lista nera.
L’iniezione era prevista per le undici. Mi sentivo male quella mattina, mi ero svegliato agitato e con un gran mal di testa ma ero sgattaiolato via usando Ambrogio come specchio per le allodole. Vai di là che arrivo, gli avevo detto. Anche lui voleva scappare, non parlavamo d’altro in quegli ultimi giorni, gli infermieri gli erano corsi dietro e io ero corso giù per le scale d’emergenza.
Salutami a soreta.
Ero corso all’università, giù in basso, e mi immaginavo le facce degli infermieri e del dottore, sghignazzavo da solo a un tavolo con il mio bicchiere di stravecchio.
Quando fui di nuovo ubriaco mi ero dimenticato di tutto.
Di nuovo fuori di testa avevo attaccato a parlare a una ragazza carina che fingeva di non vedermi.
– Lo sai che questo era un ospedale? – Le dicevo, – lo sai che fine facevano i lebbrosi nel medioevo? Li rinchiudevano in oscure cantine lasciandoli a se stessi, in cantine dove la gente normale non potesse vederli. E sai cos’è quest’aula? È una di quelle vecchie cantine. Qui si aggirano gli inquieti spiriti di quei lebbrosi, capisci? Capisci che la tua vita è una mera ombra, che sei morta cinquecento anni fa?
Quella si era alzata ed era fuggita al bar, mi ero alzato per seguirla e l’avevo vista parlare con due infermieri dell’ospedale. Mi stavano cercando e io me ne ero dimenticato. Quel bastardo di Ambrogio aveva fatto la spia. Ma ero sgattaiolato di nuovo tra le loro maglie, lungo il corridoio fino all’uscita dall’altra parte, una specie di colonna d’ercole che ne io ne Ambrogio avevamo mai osato superare.
Ero lì sulla porta a vetri, bloccato. Stavo per tornare indietro dai miei carnefici, implorarli di fare di me ciò che volevano, implorare lo stato di curarmi nelle sue strutture, di proteggermi da quel mondo spaventoso di cemento che non aveva fatto altro che schiacciarmi.
Ma alla fine avevo attraversato la porta e mi ero trovato di fronte alla libertà. Era meglio di quanto mi fossi aspettato. C’era il sole e faceva più caldo degli ultimi giorni, gli uccellini cinguettavano e tutto sembrava quieto e felice. Mi ero incamminato per una via accendendomi una sigaretta che avevo scroccato.
Non pensavo niente di male. Ero alla fermata che mi appoggiavo rilassato quando delle mani mi furono addosso.
Mi riportarono in ospedale e mi fecero la fottuta iniezione.
Il giorno dopo ero sul letto e non ricordavo come ci ero finito.

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