Sette

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creepy-eccbc87e4b5ce2fe28308fd9f2a7baf3-2404Comprai delle rose sulla via del ritorno. Sette, come le vite di un gatto. Sette, come i colli di questa vecchia e decrepita città. L’avrei fatta felice. Forse, solo per pochi secondi avrei rivisto gioire i suoi occhi dolci. Sette, il numero felice. La storia non mente (o era la storia la fanno i vincitori?) e questa non era l’eccezione a conferma della regola. No, c’era da aspettarselo. Sette, come i savi greci. Pensavo sarebbe stato diverso, diverso da quello che continuava a succedere, ad andare storto. Sette, come i peccati capitali. Mi sbagliavo. Sette, come le vacche sacre di Apollo.

L’incontrai ad aprile. Fuori il mio appartamento. Dovevo averla vista di sfuggita più di una volta nei due anni passati, eppure fu quel giorno d’aprile (sette aprile? Sarebbe davvero una strana coincidenza) che la notai per la prima volta. Fumavo la mia ultima sigaretta prima di smettere, o almeno così mi ripetevo da qualche settimana prima di accederne una, e fortunatamente il mio vicino, il tenore, non era a casa ad ammorbare i vicini con i suoi portentosi bassi. Ma potevo sentire qualcuno canticchiare flebilmente una strana cantilena, uno di quei brani che senti una volta resta attaccato al cervello come un topo resta incollato sulla trappola, era lei (non il topo, ma chi cantava).
Prima di quel giorno non avrei mai ritenuto interessante qualcuno della nettezza urbana, lei era un semplice spazzino di quartiere. Non sembrava stupida, nè una reietta. Doveva essere una di quelle persone che si ritrovano a fare un qualche lavoro del cazzo senza neanche sapere come e, per chissà quale motivo, restano lì a farlo fino all’ultimo. È come se dopo un rapporto non protetto con il proprio lavoro avesse avuto un figlio indesiderato e, per spirito di responsabilità o pigrizia, era decisa a sposare e restare fedele a quel lavoro-marito fino a che morte non li avrebbe separati.
Ma non mi importava, ero cotto e mangiato in men che non si dica. Non so se perché inebriato da quella litania ammaliante, era bastata la semplice richiesta di un accendino a rendermi succube e impreparato, una canoa in balia di sette mari. La volevo. Volevo carezzare la sua pelle, sentire il suo odore, conoscere il suo sapore. Pochi secondi e già mi sforzavo di immaginare il suo corpo rivelato al di sotto di quell’enorme giaccone giallo lampone. Ai miei occhi brillava più dei sette cieli dell’antichità, più delle sette meraviglie.
Tutto ciò che segue lo ricordo confusamente. Come attraversando un fiume all’alba, il ricordo della riva di partenza e quella dell’arrivo è distinto ma il tragitto… quello è pieno di grigi e bui. Ricordo momenti, attimi, emozioni. Ma attorno c’è solo nebbia. Ero al settimo cielo.
Potrei vagare nei ricordi per giorni, mesi, anni forse, e continuando a mescolarli e rivangare, illudermi sulla durata attuale di ciò che accadde. È per questo forse che non riesco a ricordare quando tutto è andato a puttane. Sette, come le piaghe d’Egitto.
Ciò di cui sono sicuro è che gli eventi precipitarono in pochi attimi, dall’allegria al puro terrore passò solo un sorriso di circostanza. Forse pensava non avessi notato quei piccoli dettagli nell’espressione del viso, che non avessi capito che uscita dal mio appartamento sarebbe svanita nel nulla, un estraneo tra le mille facce della quotidianità. No, non potevo lasciarla andare. L’incantesimo per me non era ancora svanito. Mi costrinse a usare la forza, a trattenerla contro la sua volontà. Ma come può, un individuo schiavo della sua stessa routine e del suo lavoro di merda sapere ciò che vuole veramente? Sette, come le vertebre cervicali.
Così mi ritrovai nuovamente ad avere qualcuno legato in salotto. Ormai ci avevo fatto un po’ l’abitudine: non sentivo più lo stress e l’inadeguatezza delle prime volte. Anzi, avrei potuto andare avanti per giorni probabilmente senza perdere le staffe. Ma volevo farla finita. Bramavo la ricompensa, il meritato riposo dopo la prestazione agonistica. Sicché ho già provveduto a comprare tutto l’occorrente per completare l’opera e, sopratutto, ho comprato le rose. Sette rose per poterla vedere felice un’ultima volta.
Non fu così.
La finii con sette pugnalate. Sette, come le rose ormai appassite. Sette, come le parti in cui ho suddiviso il suo corpo. Sette, come i giorni passati a cibarmi di lei. Sette, come i nani di Biancaneve.
GrazianoGrasso

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