Orto Elettrico

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La prima volta che ho portato qualcuno all’orto elettrico, ho portato te. C’erano dei gamberi nel canale di irrigazione, grossi gamberi verdi, erano molto strani e avevo promesso di farteli vedere.

L’orto elettrico. L’avevo sorpreso due giorni fa, acquattato dietro alla nebbia, che mi spiava. Non era timido, ma nascondeva un segreto. Una condizione che lo rendeva gravemente diverso dagli altri orti.  Era attraversato da una lunghissima colonna di tralicci secolari che crescevano dal terreno incolto, come se uomini appartenenti ad età più antiche e più magiche ne avessero disperso i semi, migliaia di anni prima che la città venisse fondata.Immagine

Si chiama orto elettrico perché, se ascolti attentamente, le cicale non cantano. Al posto loro cantano i tralicci. Che sono come totem senza volto, molto vecchi e molto alti. Quei totem cantano una filastrocca elettrica. Succedeva già da prima che la città fosse concepita.

Dentro l’orto elettrico tutto ciò che nasce organico tende a mutare in metallo, a fondere la propria fibra mortale con leghe inossidabili di solfati di alluminio e perenni diossidi di titanio: i piccoli alberi di fico si intrecciano e  si abbracciano come fili di rame ammucchiati in una cassetta degli attrezzi; Le rose sono definite e metalliche come i bracci dei tralicci. Gli uccelli che si appoggiano sui robusti cavi sospesi colorandoli di nero sono come afidi sullo stelo di una rosa.

La prima volta che ho portato qualcuno al l’orto elettrico è stato di sabato e ci ho portato te.

Avevo tagliato una rosa. Lo stelo appena tranciato sembrava inutile e incompleto, come un contatto elettrico spezzato. I germogli appuntiti mi guardavano come piccoli led moribondi.

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Ti regalai la rosa e a quel punto anche tu mi guardasti.  Di domenica mi hai detto detto che avevi perso la testa, che ti eri innamorata.

Ma nessun amore nato da una rosa dura più del tempo passato a coglierla. Il karma della rosa. Eri innamorata, ma non eri innamorata di me.

Ricordo che ogni suono perse volume finchè riuscì a sentire solo loro. I tralici che da millenni trascinavano come diavoli inarrestabili scariche elettriche nei grossi cavi di rame.

Lei se ne andò.

E anche l’orto se ne andò. Alla fine sparì tutto in un incendio.  L’orto elettrico fu divorato dalle fiamme, e la combustione portò via tutto ciò che conteneva. Il cielo inalò parte dei suoi segreti, e la cenere ne raccolse la storia in piccoli mucchietti. Anche lei, però non riuscì a custodirli a lungo, perché alla fine il vento li sparpagliò per la campagna, soffiandoli via.

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