Sospensione dell’Incredulità: la parola a Sebastiano Fusco

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Era da tanto che mi frullava in testa una domanda a cui non riuscivo a dare una risposta convincente. Quando non conosciamo la risposta a una domanda è buona norma porre quella stessa domanda a persone più sagge di noi che possano essere in grado di darci una spiegazione. Io l’ho fatto: ho inviato la mia domanda a Sebastiano Fusco, uno dei primi conoscitori in Italia di Lovecraft e curatore storico delle più importanti raccolte di autori fantastici, da Howard a Doyle. Fusco ha lavorato per Fanucci, Newton Compton, Mondadori, diffondendo le più inquietanti letterature dell’orrore mai scritte. È un lettore d’eccezione, attento e legato alla radice più pura e profonda del fantastico. 

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Ecco cosa gli ho chiesto

Coleridge parlava della ‘sospensione dell’incredulità’ come atteggiamento necessario per la fruizione di un’opera fantastica. In una società che ogni giorno propone informazioni, immagini video sempre più definite che prendono la fantasia e riescono a farla sembrare parte del reale, quanto è difficile per un lettore di oggi sospendere l’incredulità di fronte a un libro?

 Non mi pare che oggi sia più difficile rispetto a quando gli unici supporti per l’affabulazione erano la voce narrante o la pagina scritta. La frase precisa di Coleridge è “willing suspension of disbelief”, ovvero “deliberata sospensione dell’incredulità”. La chiave della sua riflessione sta proprio in quel “deliberata”. Se la sospensione dell’incredulità è spontanea, se si crede per fede a un atto incredibile, come un miracolo o una magia, allora non si si è più di fronte alla reazione emotiva o al pathos estetico che si può avere nei confronti di un racconto di Lovecraft o di un canto dell’Odissea, ma in tutt’altra categoria dell’umano sentire, che con la letteratura non ha niente a che fare. L’iniziale sospensione volontaria dello scetticismo è invece la porta indispensabile per consentire all’ignoto o all’assurdo, veicolati dall’affabulazione, di ritagliarsi un posto fra le nostre certezze. Questo posto va a collocarsi non nella nostra razionalità, che non ne viene scalfita, bensì nella nostra emotività, cioè a un livello ben più profondo. Madame du Deffand, alla domanda “Lei crede nei fantasmi?”, com’è noto rispose: “No, ma ne ho paura”. Non è semplicemente una battuta, bensì la precisa definizione dei due livelli d’atteggiamento che si hanno dinanzi al fantastico. Il fatto che la ragione non creda, non limita la portata dell’impatto emotivo, semplicemente perché l’emozione non passa attraverso la ragione. Il veicolo delle emozioni sono i simboli, e il loro impatto supera la cesura del razionale perché s’incide nel substrato della mente inconscia. In questo senso, la “volontaria sospensione dell’incredulità” invocata da Coleridge significa semplicemente disporsi ad accogliere il simbolo senza alcun rifiuto aprioristico. In altre parole, nulla più che cominciare a leggere senza interrompersi dopo le prime frasi dicendo “Tutte sciocchezze!”, ma continuare essendo consapevoli che non si ha a che fare con un resoconto di fatti veri o fittizi, bensì con un’invenzione allo stato puro. Una volta, durante un convegno su Lovecraft, mi chiesero quale fosse secondo me il suo racconto più terrificante. Risposi che non era un racconto, bensì la seguente frase, trovata sul suo taccuino d’appunti: “Una tetra, antichissima casa nel quartiere in collina. Sembra in agguato nella notte, e attira gli incauti. Finestre nere. Un orrore innominabile. Un tocco gelido e una voce… il benvenuto dei morti”. Non c’è bisogno né di una trama, né di personaggi, né di una precisa atmosfera per procurare un brivido lungo la schiena: la semplice sequenza di simboli (l’antico, il nero, la notte, il gelo, la morte…) lavorano da soli, senza bisogno di alcuna elaborazione razionale da parte nostra. Per tornare alla sua domanda iniziale, se questi simboli ci vengono somministrati non semplicemente attraverso la lettura, ma mediante esibizioni più complesse, non vedo perché dovrebbero funzionare di meno. Sempre che siano offerti in modo efficace e suggestivo, e non puerile o grottesco. Ma  questo vale anche per la lettura, e non soltanto per il cinema o altri media complessi.

(Sebastiano Fusco)

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