Alla fine venne quel giorno

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Torna Pietro Dossena, più abissale che mai con una narrativa potente e sui generis votata alla creazione di leggende mostruose, strade parlanti, mitologie urbane senza via di scampo.

Il brano è tratto dal racconto, Alla fine venne quel Giorno, è pubblicato in Storie Quasi d’Amore, compra la tua copia qui!

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Milano quel giorno era più brutta che mai, con quei suoi palazzi grigi immersi nella nebbia. Camminando arrivai alla circonvallazione, osservai disgustato quei viali circolari nel cui mezzo, in disprezzo ad ogni legge della natura, crescevano degli stentati alberi rinsecchiti. La loro presenza mi innervosiva, mi innervosiva la loro tenacia nel continuare a vivere, seppur malati e ormai di colore grigio come tutto il resto del panorama, in mezzo a quello schifo, a tutto quello smog. Eppure essi continuavano a tenere duro, ogni tanto qualcuno moriva, ma la maggioranza continuava a dominare con la sua chioma il traffico sotto di loro, che mai si interrompeva per tutto il giorno. Mi misi a camminare lungo quell’orribile anello di paranoia che circonda tutta la città, senza pensieri nella testa e una profonda nausea dovuta all’inquinamento. Per questo ero così, io ero figlio di quell’anello di cemento, lì attorno c’ero nato e cresciuto, quel luogo aveva instillato in me il seme dell’odio e una demenza senile precoce, in fondo non avevo mai avuto nessuna certezza nella vita se non quella che ogni giorno avrei attraversato quella striscia di cemento: la mattina per andare a scuola e il pomeriggio per andare a giocare.
D’un tratto cominciai ad essere fastidiosamente perseguitato da una strana idea: gli architetti di quella cosa non l’avevano progettata per facilitare la viabilità congestionata della periferia milanese, essi, come dei novelli alchimisti, avevano progettato quel cerchio come un anello di contenzione per le menti, un simbolico confine in cui rinchiuderle e soggiogarle, essi avevano creato un mostro che viveva di vita propria e si nutriva delle anime di coloro che ci vivevano attorno, avevano creato un mostro che ogni giorno per vivere aveva bisogno del suo tributo di sangue fresco. L’idea si insinuò nella mia mente come un cancro fino ad occuparla tutta, riempiendomi di disperazione, alla fine mi pareva anche di sentirla parlare la circonvallazione, e mi diceva -vieni, vieni a me, – è tutto inutile, pensai, poi aspettai che venisse rosso per attraversare la strada e l’ultima cosa che vidi fu il grosso muso arancione di un autobus che mi veniva addosso.

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