Persona Pericolante, un racconto (ma leggete prima la nota)

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Nota dell’editor– questo racconto è spietato. è il secondo dell’antologia Volume Nero, edito da CtrlAltWrite, molti lettori (sentendosi giustamente-ingiustamente offesi) hanno inviato mail piene di accuse e vomiti verbali intimandoci di eliminarlo dalla raccolta. Ma Persona Pericolante rimane lì dov’è e non lo tocchiamo, per noi è un condannato che sconta la sua pena vivendo.

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Le persone si dividono in due categorie: quelle normali e quelle pericolose.

Io faccio parte di quelle pericolose e non perché sia cattivo o cosa, i casi della vita mi hanno reso tale. La droga, il nonsenso e qualche difetto lombrosiano nella forma del cranio hanno fatto sì che i calci in culo che ho preso dalla società, dalla realtà, non mi abbiano piegato. Ma essere pericolosi non vuol dire essere un delinquente, un delinquente non è necessariamente pericoloso, io invece se vado a fare la spesa posso esserlo. Ho iniziato da solo, la differenza è determinata da uno sguardo che definirei da faina.

Il mio cervello, attraverso gli occhi allucinati, registra solo dati che possono portare a un reato.

Per anni fu solo un giochetto psicologico, mi dicevo: qui potrei fare una rapina, questo lo potrei ammazzare, ma mi accontentavo di sviluppare il concetto solo nella fantasia.

All’inizio questa pratica mi dava un sottile piacere, ma col tempo quei pensieri malati erano diventati intollerabili, si gonfiavano come bolle di sapone facendomi tremare le mani e poi esplodevano come una bomba gettandomi nel panico, per qualche minuto non riuscivo più a distinguere il sotto dal sopra e infine mi calmavo; ma l’idea rimaneva, come l’odore persistente di una loffa tirata da un ciccione con problemi intestinali: verze, culo e terrore allo stato puro.

Insomma, cominciò con quel negozio, una yogurteria gestita da un ragazzo siciliano.

Erano evidentemente ricchi e il padre gli aveva comprato un negozio in centro a Milano. Ma lui non è che avesse voglia di lavorare, passava il tempo nell’immenso retro con stereo e computer, affidando il negozio a una fotocellula; non lo avevo mai visto vendere un gelato, schifoso, vendeva solo le cassate e i cannoli fatti in casa dalla sua ragazza, una piccoletta silenziosa che si era portata su al nord per scoparla e farla sgobbare.

Un sera mi capita di entrare, ma la fotocellula non scatta, silenzio… aspetto qualche minuto, indeciso se chiamare o rubare i cannoli, alla fine faccio un po’ di rumore e la ragazza arriva. – Scusa, – mi dice – mi sa che si è scaricata la fotocellula.

È una ragazza carina, bassa, ma con le forme al posto giusto, tutta composta; a me viene da immaginarmela scomposta dopo un orgasmo, la bocca stravolta in una smorfia, un rivolo di sborra sulla schiena e le chiappe, mi viene duro. Quella sera non riusciva a darmi il resto giusto di tre e ottanta. Cazzo, era un’analfabeta di ritorno. Dopo che le avevo detto che mancavano i soldi, e non era riuscita a venire a capo del problema, aveva dovuto prendere la calcolatrice e fare i conti.

– Hai ragione, – aveva detto rossa in viso, ma dandomi del tu. Capii che era bella e che mi piaceva, avrei dovuto liberarla da quel ragazzo che adesso stava giocando alla Play Station e non si era neanche alzato dal retro. Si udiva rumore di spari, ma non so se era il videogioco o il mio cervello. Dovevo salvarla, dovevo, subito.

Ero tornato nel mio appartamento, avevo mangiato i cannoli sul tavolo ingombro di scatolette di tonno e philadelphia vuote. Da quando lei se ne era andata portandosi via il gatto avevo mangiato solo quello. Avevo trovato dei vestiti e mi ero cambiato.

Avevo trovato il passamontagna e me lo ero arrotolato sulla testa. Avevo preso la pistola di plastica e dopo aver grattato via il rosso ero sceso. Ero tornato nel negozio e la fotocellula non aveva suonato. Mi ero infilato nel retro e avevo trovato lui sulla Play, gli avevo puntato la pistola: si era irrigidito, dalla cucina veniva rumore di pentole.

– La sfrutti questa ragazza, eh?

– Ma che vuole.

– Dammi del tu.

– Ci lasci in pace!

Gli avevo tirato un cacagna sul naso che aveva fatto un rumore sordo, da tempo non ero così lucido, tutto andava liscio, nessun mal di testa o vertigine. Il tizio perdeva sangue dal naso e mugolava, lo sferragliare in cucina continuava. Lo avevo legato alla sedia ed ero andato di là.

– Oddio. – Aveva gemuto lei in siciliano. Sicil-ano, avevo pensato.

– Zitta.

– Non mi faccia del male.

– Sono qui per salvarti.

– E Alfio?

– Zitta.

L’avevo costretta a chiudere il negozio e abbassare la cler, quando lei aveva visto il suo uomo legato e pesto aveva cominciato a piangere.

– Cosa ci vuole fare?

– Dammi del tu.

– La prego…ti prego.

– Cazzo preghi che non c’è un cazzo da pregare, – cominciava a darmi i nervi la sua faccia tirata dalla paura, e poi non era così bella e il culo era un po’ grosso. Comunque, prima il lavoro. Avevo chiuso la cler e spento le luci, aperto la cassa, rubato duecento euro, prese tutte le cassate e i cannoli, la Play e il videoregistratore. Adesso toccava alla ragazza.

– Spogliati.

– No, la prego. – Piangeva, era orribile.

– Non capisci che ti voglio salvare.

– Da cosa?

– Da quel coglione.

– Ma è mio fratello.

Questo non lo avevo calcolato.

Le avevo dato un ceffone e l’avevo costretta a spogliarsi.

Nuda era veramente carina come avevo immaginato, un piccolo frutto maturo, due tette grandi dai capezzoli neri ed enormi.

– Adesso facciamo un gioco, io ti faccio delle domande e se rispondi bene potrai rimetterti il vestito, se rispondi male dovrai farmi toccare qualcosa.

– No. – Aveva una voce rassegnata.

– Iniziamo?

– La supplic…– era partito un ceffone – dammi del tu. Iniziamo: quanto fa dieci più due diviso due?

Vidi che aveva capito: ero serio e le avrei permesso di rivestirsi se avesse indovinato, notai che le fumava il cervello, per due lunghi minuti ci fu silenzio. Alfio, con una mela ficcata in bocca, ansimava rumorosamente. Alla fine, decisa e sicura aveva risposto:

– Cinque!

– Sbagliato.

– Non è vero, fammi rimettere le mutandine.

Avevo preso la calcolatrice e le avevo mostrato il risultato: sei. Era scoppiata in lacrime.

– Sdraiati e apri le gambe.

– No.

– Fallo.

Lei, terrorizzata dal tono, si era sdraiata vergognosa sul divanetto e aveva mostrato una grossa vagina pronunciata e pelosa, avevo schifo.

– Dunque; sei per sei, più sei diviso sei.

– Ma non ci riuscirò mai, – aveva pianto lei, chiudendo le gambe.

– Apri e rispondi.

Dopo lunghi attimi aveva risposto.

– Sei.

– Ma sei scema forte eh?

– È giusto.

– Col cazzo. – E le avevo mostrato il risultato.

– Ora voglio baciarti lì.

Le avevo legato le braccia e avevo messo la testa tra quelle gambe: profumava di paura, la cosa mi aveva eccitato di brutto, le avevo messo la lingua dentro, avevo dovuto spingere perché era asciutta come la pastasciutta scotta.

Ma ad un tratto qualcosa in lei aveva ceduto, dei liquidi erano affluiti e il suo respiro si era fatto irregolare, Alfio teneva la testa bassa.
– Guarda, – gli avevo detto. Lei aveva gli occhi chiusi e ansimava, l’odore che promanava dalla vagina era acre e forte. Le avevo afferrato quelle tette e avevo stretto forte i capezzoli, lei aveva gridato.

– Ahia!

– Chiedimelo.

– No.

Ma più leccavo più i muscoli si allentavano, la paura svaniva, cominciava ad ansimare.

– No, no, no…

– Chiedi e avrai, se no altre addizioni.

– Lei aveva alzato la testa e aveva tirato fuori la lingua, cercando di leccarsi il capezzolo destro. Le avevo messo due dita dentro ed erano entrate come nel burro.

– No, noh! – Aveva detto lei, che cominciava a muovere il bacino.

– Fammi un’altra domanda.

– Due più due.

– Cinqu…

Mi ero sbattuto i pantaloni alle caviglie e glielo avevo schiaffato tutto dentro, nel caldo lei aveva cominciato a gemere e ad agitarsi, fu questione di pochi secondi.

– Godoo…

Avevo estratto l’uccello e le avevo sborrato sulle tette.

Sentivo che era rimasta male, che se avesse avuto le mani libere mi avrebbe accarezzato dolcemente la testa aspettando che mi tornasse duro per avere il suo orgasmo. Ma non c’era più tempo, mai più, sentivo odore di zolfo nella testa e sempre più male sotto l’arcata sopracciliare destra, come se un peso massimo me ne avesse date tante. Avevo preso un appallottola gelati e glielo avevo ficcato a forza dentro, avevo aperto sentendo che spaccavo tutto e lei gridava col terrore in faccia, Alfio si agitava come un ossesso; avevo preso la televisione e gliela avevo sbattuta sulla testa fracassandola tutta. Silenzio, solo i gemiti disperati di lei, avevo trovato un lungo stuzzicadenti di acciaio e glielo avevo ficcato nell’occhio. Era morta.

Ero uscito dal retro e mi ero tolto i guanti; non è che mi sentissi bene, ma almeno il cervello non funzionava per cortocircuiti.

Mi ero diretto verso casa e una volta lì mi ero addormentato sul divano, il letto non c’era più da quando lei se lo era portato via. Lei, che accarezzava la mia testa.

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