INTERVISTA: SEBASTIANO FUSCO

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Quando Lovecraft scrisse La Dichiarazione di Randolph Carter portò alla luce l’orrore che inconsciamente proviamo nel sentire voci, suoni, crepitii di cui non è possibile specificare la provenienza. Quando il coraggioso Warren decide di percorrere le decrepite scale sottostanti a un’antica tomba di un cimitero del New England, a Lovecraft viene chiesto di restare in superfice e mantenere i contatti utilizzando un apparecchio telefonico portatile che collega le due estremità riceventi tramite un filo. È solo l’inizio di una terribile storia che lo costringerà ad ascoltare le insopportabili descrizioni di Warren, lo spavento tangibile nella sua voce, nelle frasi sconnesse e nei passi incerti, che lo condurranno all’interno di abominevoli catacombe sotterranee abitate da sanguinari demoni che, in un macabro epilogo, risponderanno agli insistenti richiami del protagonista con un’ agghiacciante rivelazione finale: «Idiota, Warren è morto». Quel primitivo terrore che nasce dall’ascolto di vibrazioni sconosciute si reincarna adesso nelle  invenzioni della radio, del telefono e della più recente e-mail. E per questa intervista ho utilizzato proprio l’e-mail. Ho invitato le mie domande all’indirizzo di Sebastiano Fusco, uno dei primi conoscitori in Italia di Lovecraft e curatore storico delle più importanti raccolte di autori fantastici, da Howard a Doyle. Fusco ha lavorato per FanucciNewton ComptonMondadori, diffondendo le più inquietanti letterature dell’orrore mai scritte. È un lettore d’eccezione, attento e legato alla radice più pura e profonda del fantastico. Le domande hanno attraversato sentieri elettrici, reami sconosciuti di server e protocolli come grotte oscure. Per questo motivo ho atteso con ansia e un po’ di timore le sue risposte, aspettandomi di ricevere, da un momento all’altro, una spaventosa rivelazione come quella che colpisce Lovecraft alla fine della Dichiarazione di Randolph Carter: «Idiota, Warren è morto». Dopo alcuni giorni le risposte sono arrivate, scomposte in miliardi di impulsi elettronici e bit di informazioni, e hanno preso corpo in questa intervista.

 Coleridge parlava della “sospensione dell’incredulità” come atteggiamento necessario per la fruizione di un’opera fantastica. In una società che ogni giorno propone informazioni, immagini video sempre più definite che prendono la fantasia e riescono a farla sembrare parte del reale, quanto è difficile per un lettore di oggi sospendere l’incredulità di fronte a un libro?

Non mi pare che oggi sia più difficile rispetto a quando gli unici supporti per l’affabulazione erano la voce narrante o la pagina scritta. La frase precisa di Coleridge è «willing suspension of disbelief», ovvero “deliberata sospensione dell’incredulità”. La chiave della sua riflessione sta proprio in quel “deliberata”. Se la sospensione dell’incredulità è spontanea, se si crede per fede a un atto incredibile, come un miracolo o una magia, allora non si si è più di fronte alla reazione emotiva o al pathos estetico che si può avere nei confronti di un racconto di Lovecraft o di un canto dell’Odissea, ma in tutt’altra categoria dell’umano sentire, che con la letteratura non ha niente a che fare. L’iniziale sospensione volontaria dello scetticismo è invece la porta indispensabile per consentire all’ignoto o all’assurdo, veicolati dall’affabulazione, di ritagliarsi un posto fra le nostre certezze. Questo posto va a collocarsi non nella nostra razionalità, che non ne viene scalfita, bensì nella nostra emotività, cioè a un livello ben più profondo. Madame du Deffand, alla domanda «Lei crede nei fantasmi?», com’è noto rispose: «No, ma ne ho paura». Non è semplicemente una battuta, bensì la precisa definizione dei due livelli d’atteggiamento che si hanno dinanzi al fantastico. Il fatto che la ragione non creda, non limita la portata dell’impatto emotivo, semplicemente perché l’emozione non passa attraverso la ragione. Il veicolo delle emozioni sono i simboli, e il loro impatto supera la cesura del razionale perché s’incide nel substrato della mente inconscia. In questo senso, la “volontaria sospensione dell’incredulità” invocata da Coleridge significa semplicemente disporsi ad accogliere il simbolo senza alcun rifiuto aprioristico. In altre parole, nulla più che cominciare a leggere senza interrompersi dopo le prime frasi dicendo “Tutte sciocchezze!”, ma continuare essendo consapevoli che non si ha a che fare con un resoconto di fatti veri o fittizi, bensì con un’invenzione allo stato puro. Una volta, durante un convegno su Lovecraft, mi chiesero quale fosse secondo me il suo racconto più terrificante. Risposi che non era un racconto, bensì la seguente frase, trovata sul suo taccuino d’appunti: «Una tetra, antichissima casa nel quartiere in collina. Sembra in agguato nella notte, e attira gli incauti. Finestre nere. Un orrore innominabile. Un tocco gelido e una voce… il benvenuto dei morti». Non c’è bisogno né di una trama, né di personaggi, né di una precisa atmosfera per procurare un brivido lungo la schiena: la semplice sequenza di simboli (l’antico, il nero, la notte, il gelo, la morte…) lavorano da soli, senza bisogno di alcuna elaborazione razionale da parte nostra. Per tornare alla sua domanda iniziale, se questi simboli ci vengono somministrati non semplicemente attraverso la lettura, ma mediante esibizioni più complesse, non vedo perché dovrebbero funzionare di meno. Sempre che siano offerti in modo efficace e suggestivo, e non puerile o grottesco. Ma  questo vale anche per la lettura, e non soltanto per il cinema o altri media complessi.

Cosa ne pensa degli e-book, come e se cambierà il lettore del futuro?

Finché i libri elettronici non saranno che un supporto per quella che, alla fine, è un’esperienza di lettura “normale”, non modificheranno niente, se non a livello di economia editoriale. Non serviranno neppure a far vendere più libri: non è il supporto che conta, ma la volontà di leggere. Sarà diverso quando gli autori riusciranno a creare opere espressamente per sistemi multimediali, imparando a integrare testo, immagini e suoni. Allora la “lettura” (se ancora si potrà chiamare così) farà effettivamente un salto di qualità. I tentativi, oggi, sono ancora a livello elementare, perché – così almeno mi pare – gli autori lavorano ancora su livelli diversi: prima un testo, cui aggiungere immagini, cui aggiungere suoni. Non mi sembra abbiano raggiunto ancora la sensibilità necessaria per integrare le tre fasi alla fonte, nel momento stesso della creazione fantastica, invece che per operazioni successive. Occorrerà una generazione ancora più inserita della presente nella multimedialità, e che ne abbia presenti le potenzialità sin dall’età pre-scolare. Sarà necessaria una cultura diversa dalla nostra, ancora legata a vecchi schemi. Ma non dubito che verrà, come evoluzione necessaria della cultura presente. A questo punto toccherà ad artisti e poeti.

Luogo preferito in cui leggere?

Nessuno. La professione di giornalista, che mi ha sballottato di qua e di là nelle situazioni più diverse, mi ha anche abituato a leggere ovunque e comunque.

Alla fine del romanzo di Ray Bradbury Fahrenheit 451, i pochi uomini scampati alla catastrofe della guerra decidono di portare avanti la cultura dei libri conservandoli nella memoria. In un mondo come quello descritto da Bradbury, quale libro o quali libri deciderebbe di portare in salvo?

Non ne porterei alcuno. Se una civiltà ha fallito al punto di autodistruggersi culturalmente, è colpa anche (anzi, soprattutto) del suo retaggio sapienziale. Dimenticherei senza rimpianto i vecchi libri e ne scriverei di nuovi.

Quanto è cambiato il rapporto e l’approccio del lettore con la libreria in relazione al nuovo modo di proporre i libri (booktrailers, supporti multimediali)?

Lavoro da cinquant’anni nell’ambiente editoriale, e non ho mai (sottolineo: mai) conosciuto un editore che non si lamentasse continuamente di come gli vanno male gli affari, di quanto sia difficile vendere libri, di quali sistemi sia costretto ad escogitare per far calare le rese, e così via. Non credo che siano scaffalature particolari, gadget, spot e supporti di marketing a determinare il successo del prodotto libro. C’è un’alchimia tutta particolare che scatta fra il “buon” libro e il “buon” lettore. Ma, come tutte le alchimie, è coperta dal segreto ed è indecifrabile. So che c’è, ma non ne conosco la formula. Se la sapessi, sarei miliardario.

Qual è, secondo lei, il futuro della fruizione dei libri? Si parla molto degli e-book, ma, come spesso accade nella storia dell’uomo, quella dei libri elettronici potrebbe essere solo una fase transitoria. Come (e cosa) leggeranno i lettori tra 200 anni?

Secondo me, anche la lettura “tradizionale”, sia dei libri che di giornali e riviste, continuerà a lungo, almeno finché esisteranno foreste e carta da riciclare. Mi viene in mente una cosa che mi disse il mio carissimo e compiantissimo amico Isaac Asimov, col quale ho avuto un rapporto di collaborazione pluridecennale (per oltre trent’anni, in ogni numero di ogni rivista che ho diretto, c’è stato un suo articolo, preceduto da una lunghissima conversazione telefonica per discuterne l’argomento). Dunque, Asimov mi disse un giorno: Immagina una società del futuro remoto, in cui ogni tipo di informazione venga raccolta e distribuita soltanto su supporti di tipo elettronico. Polverosi tomi e carta stampata sono una cosa dimenticata da secoli. Un giorno, un consesso di scienziati viene incaricato di studiare un nuovo tipo di supporto per l’informazione, con caratteristiche del tutto innovative e più avanzate di quelle in uso. Dopo un po’ di tempo, uno di loro dice di aver trovato una soluzione straordinaria e originalissima. Un sistema per registrare le informazioni in modo semplice, senza impiego di strumentazioni complesse, su un supporto inalterabile, in grado di durare per secoli, che non necessita di alcuno strumento per essere fruibile, e che è facilmente trasportabile e utilizzabile in qualsiasi situazione, anche in mancanza di energia. E dalla tasca della giacca, tira fuori un libro.

Lei ha curato molte collane che riguardavano l’orrore, il fantastico, l’esoterismo. Cosa ne pensa dell’ attuale esplosione del genere teen-horror?

Direi che si tratta di una moda momentanea, cascame di successi cinematografici e televisivi, che in realtà con la letteratura fantastica non ha nulla a che fare. La figlia giovinetta d’un mio amico è appassionata di questo genere di cose, e lui le ha regalato, sicuro di farle piacere, un poderoso volume, di oltre mille pagine, in cui tempo fa raccolsi per le edizioni Newton Compton tutti i più famosi e classici racconti di vampiri. Nulla di più completo in circolazione. Dopo un po’ il mio amico m’ha confessato: «Sai quel tuo librone sui vampiri? A mia figlia non è piaciuto per niente, lo ha appena sfogliato. Ha detto che i vampiri sono tutt’altra cosa, mica quella roba lì». Ecco.

 

Alessandro Oliviero

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