INTERVISTA: ANDREA PINKETTS

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Nonostante l’appuntamento fosse alle cinque, alle quattro e trenta Andrea Pinketts era già lì. Mi aveva chiamato alle due del pomeriggio dicendomi: «Troviamoci al Wagner».

Un treno, due ore e due cambi di metropolitana dopo ero all’entrata dell’hotel Wagner. Sulla porta pendevano rassegnate tre bandiere. Una italiana, una europea, una indecifrabile. Il vento non soffiava. Aprile, quel giorno, era convinto di chiamarsi agosto e rilasciava i terribili effetti di questa omonimia sulla città di Milano, pressandola e comprimendola in un cubetto di umidità immobile. Poco sotto l’hotel Wagner era cresciuta una nidiata di piccole sedie e tavoli di plastica che aveva dato vita a un bar. Al limite di questo bar, su un tavolino rotondo, un paio di quotidiani e due grandi birre chiare facevano compagnia a un uomo seduto di spalle, coperto da un’ampia giacca rossa. Era Pinketts, e io ero dietro di lui. Non si può andare all’appuntamento con uno scrittore noir e sbucargli alle spalle; mi chiedevo come avrebbe reagito il protagonista dei suoi romanzi, Lazzaro Santandrea, duro detective e alter ego dello stesso autore, a questo agguato. Faccio il giro e gli spunto davanti. Prima di partire mi avevano detto che con uno come Pinketts era meglio tenere la guardia alzata. Ma in quel momento sembrava che nessuno dei due fosse interessato a proteggersi dai pugni dell’altro. Mi invita a sedere con lui, chiama la cameriera «Biondaa!» e le chiede di portarci da bere. È un uomo rituale, frequenta spesso il bar e passa il tempo a leggere i quotidiani e i manoscritti degli esordienti. Più tardi ha una presentazione in libreria e il resto della giornata scrive.

Qual è il sentimento che spinge l’autore a scrivere per la prima volta?

«Scrivere implica una sorta di innatismo cartesiano, è qualcosa che senti di dover fare, così come dipingere o fare musica. C’è gente che nasce con questo desiderio dentro. È quasi un dovere. Non sai se riuscirai, ma tenti. La pena è rimanere insoddisfatti per la vita intera. Mi fanno molta tenerezza i pittori della domenica, quelli che vedi nei mercatini, quelli che disegnano paesaggi tristi. È una risposta al fallimento delle proprie ambizioni. Non tutti i pittori espongono alle mostre, e non tutti gli scrittori vengono pubblicati».

Tu sì, invece.

«Io sì. Ho cominciato dalla strada. Il mio primo lavoro è stato con l’agenzia fotografica Liverani che si occupava di cronaca nera. Avevamo la radio sintonizzata sulle frequenze della polizia e quando c’era un omicidio o una rapina, cercavamo di arrivare prima di loro. E prima degli altri giornalisti. Sono passato a “Panorama” e ho cominciato con le inchieste, come infiltrato nella setta dei Bambini dei Satana e come finto pornoattore al festival del MiSex. Il primo romanzo (Lazzaro, vieni fuori) lo scrissi tra il 1984 e 1985, e fu pubblicato sette anni dopo da Fratelli Vallardi Editore, nella collana “Metropolis”. All’epoca avevo già vinto tre edizioni del MystFest [Festival Internazionale del Giallo e del Mistero, N.d.R] e i tempi erano maturi. Fu poi ripubblicato da Feltrinelli».

Qualcosa deve essere cambiato in questi anni, nel mondo dell’editoria.

«Be’, l’editore, generalmente, è il peggior nemico dell’autore. Lo spreme come un limone finché gli serve, poi lo abbandona. Tuttavia, in alcuni casi, possono crearsi delle solide amicizie. Ho pubblicato molti libri con Feltrinelli e tutti gli anni, alla vigilia di Natale, vado alla loro sede milanese con un panettone e una bottiglia di spumante; è una sorta di rito. Con Mondadori non è stato possibile. Alla Mondadori ogni anno c’è gente nuova e non si possono stabilire amicizie. Ho pubblicato anche con Il Filo, del gruppo Albatros. È una casa editrice a pagamento e pubblica grandi autori di richiamo affiancandoli a piccoli esordienti. Pur trattandosi di editoria a pagamento, c’è da dire che Albatros ha un’ottima distribuzione, che è la caratteristica principale di una buona casa editrice».

Sei passato per molti editori, i tuoi lavori hanno risentito di un certo tipo di editing.

«In realtà non ho mai accettato alcun tipo di editing per i miei romanzi. Una volta volevano tagliarmi cento pagine dal libro Il conto dell’ultima cena. Sergio Altieri, editor della Mondadori, era stato incaricato di affettare il romanzo come si fa a fette un prosciutto. Dopo cinque riunioni non ne eravamo venuti ancora a capo. Allora dissi che potevamo farne anche cento di riunioni ma il libro doveva rimanere così e alla fine mi dettero ragione. In effetti, Altieri non era la persona giusta a cui chiedere di accorciare un romanzo. Lui stesso è un grande scrittore ma molto prolifico, scrive libri di ottocento pagine. E alla fine mi confessò che, personalmente, non gli andava di tagliare il mio libro».

Pinketts si interrompe, gli squilla il telefono. Risponde, è il suo agente. «Mi chiama spesso. Sbriga tutti gli affari che non riesco a sbrigare personalmente per motivi di tempo. Passo gran parte della giornata a scrivere».

E per chi scrivi? Per te stesso o per il pubblico? Molti scrittori hanno dei tempi e dei luoghi ben precisi in cui scrivere, a te dove piace farlo?

«Lo scrittore», inizia Pinketts, «scrive per se stesso. E scrive ciò che di se stesso vuole dare in pasto al pubblico, come accade in questa intervista. Io decido di raccontare qualcosa al pubblico ma, prima di raccontarla a loro, devo raccontarla a me. E le storie mi piace raccontarle con un certo rituale. Scrivo di sera, a Le Trottoir. È un locale, un ritrovo d’arte. Scrivo rigorosamente a penna» indica con un dito i miei appunti «come te in questo momento. Ho un foglio bianco, una birra, un sigaro e tutto un mondo da raccontare. L’unica differenza è che tu non hai una birra ma un Montenegro, e non hai un sigaro».

Ma per raccontare qualcosa a te stesso hai bisogno di una musa, di un’ispirazione. Secondo te esistono ancora le muse?

«Esistono eccome!» risponde. «Il libro Fuggevole Turchese del 2001 è nato dalla visione di una bellissima ragazza o, per meglio dire, del suo bellissimo culo inguainato in pantaloni turchesi. Non ho avuto il tempo di vederla in faccia, ero dall’altro lato della strada. È passato un tram e lei è sparita. Per cui mi è rimasta la visione del suo sedere turchese e della sua assenza. Questa ignota fanciulla è stata la mia musa. La musa è qualcosa di cui non vedi il volto, ma solo il sedere. Se ne scoprissi il volto la ricerca sarebbe finita. Un po’ come la morte. Una volta vista in faccia sai che è finita, perciò è bene limitarsi a guardarle il culo».

Esplode in una risata e beve da uno dei boccali che gli tengono compagnia. Noto che ha la pelle dura e di colore scuro, un guscio di noce, come quella dei bucanieri. Pinketts, in effetti, è un pirata. E come tutti i pirati divide la sua vita in due momenti. Il momento dell’arrembaggio, che si svolge in alto mare, e il momento di riposo sulla terra ferma, passato a bere rum e adocchiare donne. Io mi trovavo in quel momento.

Immagina di essere su un pianeta lontano. Se gli abitanti ti chiedessero di leggere un libro che rappresenta la Terra e i terrestri, quale sceglieresti?

Pinketts posa il boccale e ci pensa su, portandosi la mano al mento. Il suo corpo è immobile, ma con gli occhi è già atterrato sul pianeta. Più o meno è come essere la star di un concerto rock. Centinaia di alieni dalle teste schiacciate che ascoltano, e lui al centro, con l’ingrato compito di spiegare come sono i terrestri.

«È impegnativo. Un libro della terra, scritto nel corso della storia umana… Sceglierei un romanzo di John Kennedy TooleUna banda di idioti. Ritrae il disagio di un genio ciccione, flatulente e del rapporto difficile con la società in cui è nato. Il titolo prende nome da una massima di Jonathan Swift, uno che saprebbe spiegare benissimo a qualsiasi extraterrestre il mondo in cui viviamo. La frase è: “Quando nel mondo nasce un genio, si riconosce subito perché gli idioti fanno banda contro di lui”. In effetti, il romanzo di Toole contiene la più profonda disperazione ma anche un umorismo straordinario, qualità opposte tipiche dei terrestri. Gli esseri umani sono così, creano situazioni orrende e poi le raccontano con un sorriso amaro, come accade nelle fiabe».

Anche tu hai scritto una fiaba un po’ particolare, La fiaba di Bernadette che non ha visto la Madonna. Si racconta una storia per trasmettere emozioni e, per gli esseri umani, le emozioni diventano gli attributi dell’esperienza. Tramite i racconti i bambini aiutano la mente a immaginare esperienze prima ancora di viverle. Quindi sono i primi ad aver bisogno delle storie. Esiste una storia particolarmente importante che ogni bambino dovrebbe ascoltare prima di dormire?

«Quando ero bambino mi piacevano le storie orribili. Le favole, non le fiabe. Le fiabe sono quelle di EsopoFedro. Le favole invece sono crudeli, raccontano aspetti tristemente reali della vita. Pensa a Barbablù che uccideva le mogli. I bambini si appassionano alla paura perché con la paura bisogna convivere. Con questo si spiega anche l’esplosione del genere teen-horror, nelle librerie e nei cinema, per far convivere l’orrore con l’amore. Si va sempre a sbattere contro la paura, e così contro l’amore. Entrambi i sentimenti devono essere superati. Per questo motivo credo che i bambini dovrebbero ascoltare storie terrificanti. La mia preferita era quella di Hansel e Gretel. Una strega cannibale mangia-bambini. Un racconto agghiacciante».

E se il mondo stesso fosse un racconto e tu dovessi scriverne il finale, quale sarebbe?

Pinketts posa l’accendino e si mette a pensare. Di nuovo, con il corpo è a Milano e con gli occhi guarda il nostro pianeta dall’alto della sua atmosfera. Il sigaro mezzo acceso, puntato verso la sfera blu, a cercare di decidere cosa farne di quell’ammasso gigante e spaventosamente casuale di terra, ossigeno e acqua.

«Io non vedo un finale.» Dice dopo un po’. «Alla fine del mio primo romanzo, Lazzaro, vieni fuori, il protagonista è su una corriera che lo porterà dal Trentino a Milano, dove ha deciso di accettare un lavoro serio che lo costringerà a una quotidianità, a una vita stabile e impiegatizia, quasi una condanna a morte per uno spirito libero come Lazzaro Santandrea. La frase finale è: “Nulla poteva impedire al pullman di portarmi verso la mia fine. Una gomma forò”. Quello che voglio dire è che secondo me non ci sarà mai una fine. Quando crederemo che è tutto finito ci sarà sempre una gomma forata a salvarci dal termine delle cose».

Era venuto il momento dell’ultima domanda. Dopo di quella avrei dovuto dire addio al pirata Pinketts. Come Lazzaro, però, non sapevo che prima di allontanarmi da quel tavolino sarebbe dovuta passare un’altra mezzora, una chiacchierata senza registratore, due Montenegro e un Gin Tonic. Una gomma forò.

Hai un libro che ricorderai per sempre, una storia che preferisci su tutte?

«Mi viene in mente un libro di George Orwell. È molto importante per me. S’intitola Fiorirà l’aspidistra. L’aspidistra era una pianta da appartamento e d’ufficio molto in uso in Inghilterra negli anni cinquanta. Il protagonista del romanzo è un poeta e deve decidere se accettare un lavoro d’ufficio o continuare a seguire il proprio obiettivo. È lo stesso tema che riprendo con la storia di Lazzaro. Tutto si fonda sul contrasto tra aspirazione, talento e vita di tutti i giorni. Se il protagonista vedrà fiorire la pianta di aspidistra vedrà allo stesso tempo sfiorire i propri sogni. Lessi questo libro a dodici anni e dal quel momento capii che non avrei mai visto fiorire un’aspidistra».

Pinketts scoppia in un’altra risata. Gli dico che l’intervista è finita e lui mi invita a rimanere. È arrivato un suo amico e adesso il tavolino comincia a diventare affollato. Apro lo zaino e metto via il foglio e la bic. La nidiata di piccole sedie e tavoli di plastica continua a crescere e a espandersi con una costanza organica. Pinketts chiama la cameriera, «Biondaa!», e io spengo il registratore.

Alessandro Oliviero

 

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